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IL POVERO NELLA SOCIETÀ MODERNA
Bologna - 12 maggio 2004


E’ stata una decisione saggia quella di celebrare il compleanno di Giovanni Paolo II in questa sede laica, meditando su un tema centrale nel suo magistero. Ho dunque accettato ben volentieri di sottoporvi alcune riflessioni al riguardo. Più che un discorso ben connesso, ho deciso che fosse piuttosto una serie di spunti per la propria meditazione.

1. L’attenzione al povero [nel corso del discorso si comprenderà che la parola "attenzione" è troppo debole] ha accompagnato tutta la riflessione antropologica di K. Wojtyla, prima di entrare nel suo magistero pontificio. La porta d’ingresso di questo tema non è una porta di servizio; è la porta principale.

Inizio dalla lettura di un testo un po’ lungo, ma fondamentale:

"Le strutture preesistenti dell’esistenza sociale dell’essere umano, come anche dell’intero mondo delle sue creazioni, che contribuiscono alla formazione della società contemporanea e al cosiddetto progresso, dovrebbero certamente essere valutate alla luce di quella questione fondamentale, e cioè: creano condizione per lo sviluppo della partecipazione, facilitano all’essere umano il fare esperienza dell’essere umano e degli altri esseri umani come "altri-io" e, in tal modo, permettono anche una esperienza più piena della propria stessa umanità, oppure al contrario impediscono tutto questo, distruggendo la matrice fondamentale dell’esistenza e attività umana?
[K. Wojtyla, Metafisica della persona,
Bompiani Milano 2003, pag. 1403]

La partecipazione di cui parla il testo è la partecipazione di ogni essere umano all’umanità dell’altro essere umano. Questa partecipazione è percepita, è spiritualmente vissuta ogni volta che ciascuno di noi vede la dignità del suo essere personale. Chi vide infatti la dignità del proprio "io" perciò stesso non può non vedere la dignità di ogni "altro io". La dignità infatti di cui parliamo è il bene, il valore dell’umanità del proprio io, che è ugualmente partecipata da ogni altro uomo; umanità che si concretizza nella persona dell’altro, come la mia umanità si concretizza nella mia persona. Scoprendo la verità di me stesso, scopro contemporaneamente la verità dell’altro, e – come vedremo subito – la forza con cui la verità di me stesso lega la mia libertà, lega la mia libertà anche a riguardo della verità dell’altro. Ma prima di vedere il versante etico di questa visione, voglio fermarmi ancora un poco sul versante propriamente antropologico.

La partecipazione non è la visione astratta di una uguaglianza di tutti gli uomini. È l’essere tutti e singoli legati, stavo per dire intrappolati, dentro alla stesa verità del proprio essere persone: verità che ogni uomo intuisce soprattutto quando non è trattato in modo adeguato alla sua dignità.

La reazione della coscienza morale di ogni persona retta di fronte ai fatti delle torture in Irak mostra come il riconoscimento della dignità di se stessi è inevitabilmente riconosciuto della dignità di ogni altro.

Che cosa impedisce o addirittura distrugge la stessa possibilità di sperimentare un altro essere umano come un altro-se stesso? Nel contesto di questo incontro non posso certo neppure tentare una risposta completa a questa domanda. Mi limito ad una riflessione, che si fonda soprattutto su due documenti magistrali di Giovanni Paolo II: la Lett. enc. Centesimus annus [1-5-1991; specialmente cfr. n° 46: EE/8, 1454-1458] e la Lett. enc. Veritatis splendor [6-8-1993, specialmente cfr. n° 99, ib. 1751].

Quando l’uomo si preclude la possibilità stessa di "vedere se stesso", perché ritiene che sia la sua libertà a decidere ultimamente la verità sul bene della persona, senza alcun fondamento obiettivo. Di conseguenza non esiste "partecipazione nella stessa umanità", ma "contrattazione fra opposti interessi".

Ora possiamo vedere, brevemente, il versante etico della partecipazione: essa è anche un dovere da realizzare. Il dovere di attuare la partecipazione è il contenuto fondamentale del precetto evangelico: ama l’altro come te stesso.

Chi è allora il povero? È colui che possiede solo la ricchezza della sua umanità. È semplicemente un uomo. È per questo che il concepito non ancora nato è il più povero dei poveri.

Ne deriva che l’attitudine verso il povero è il test fondamentale per misurare il riconoscimento della dignità della persona, che il "posto" che occupa il povero è il test fondamentale per verificare se la struttura sociale favorisce la partecipazione e quindi la realizzazione più piena della propria umanità. La scriminante fra una società partecipativa e una società alienante è il modo con cui è trattato il povero.

2. Ma questo non è tutto; anzi non è neppure la cosa più grande e più bella.

Proprio nel dramma Fratello del nostro Dio, fratel Alberto al confessionale riceve il consiglio seguente: "lasciati plasmare dalla carità". La vita plasmata dalla carità è sublime elevazione della partecipazione di cui ho parlato prima. In che senso?

Nel senso che, come insegna il Vaticano II, esiste una "certa similitudine tra l’unione delle Persona divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità" [Gaudium et Spes 24,3; EV 1/1395]. La partecipazione è partecipazione alla stessa natura divina di cui l’uomo diventa partecipe per grazia. È questa la più perfetta realizzazione dell’umanità, che non riguarda solo chi è già credente in Cristo, ma ogni uomo in quanto ogni uomo è chiamato a divenirlo.

In questa elevazione della nostra partecipazione alla comune umanità, che posto ha il povero? C’è un testo ancora di Fratello del nostro Dio che lo dice in maniera mirabile. È uno dei momenti decisivi del dramma, dove i fratelli chiedono ad Alberto il senso ultimo della scelta della povertà chiesta a loro. Ecco cosa dice fratel Alberto:

"In ognuno di voi ho conosciuto la miseria e Lui. A lungo sono stati separati. Con tutte le forze ho cercato di avvicinarli. Perché prima tu eri un uomo misero e sulla tua miseria regnava la desolazione. Da quando ti sei avvicinato a Lui, la tua caduta si è trasformata in croce e la tua schiavitù in libertà
Il Figlio di Dio è tutta la libertà. Senza traccia di schiavitù
Egli è sempre. Egli raggiunge continuamente le anime. E riproduce in esse … Se stesso "
[In Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, pag. 741]

Nell’umanità trasfigurata in Cristo, il povero è colui nel quale Cristo riproduce se stesso. Quando nella persona povera si vede incontrarsi povertà e Cristo, la dignità dell’uomo è affermata: "quello che avete fatto al più povero dei miei fratelli, l’avete fatto a me". Quando povertà e Cristo sono separati, o il povero è ignorato o rischia di diventare occasione per costruzioni sociali inumane.