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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


«La persona umana: fondamento dell’etica»
Corso di bioetica, gennaio 1986


Vorrei introdurre la mia riflessione sui fondamenti dell’etica indicando precisamente che cosa si intende per “etica”, per passare poi in un secondo momento alla individuazione dei suoi fondamenti.

 

1. - Che cosa è l’etica

 

Il metodo che voi seguite nelle vostre ricerche comprende, se non vado errato, i seguenti momenti fondamentali: raccolta di dati sperimentali, individuazione di costanti ricorrenti, formulazione di leggi esplicative delle costanti ricorrenti nei dati sperimentali.

In realtà, questi tre momenti esprimono il modo ricorrente con cui la nostra intelligenza conosce le cose: partenza da un dato con cui i nostri sensi ci mettono in contatto, nel dato intuizione intellettuale di un “qualcosa” che si trova dentro ciò che i nostri sensi ci attestano (uso, intenzionalmente, espressioni generiche ed imprecise) e che i nostri sensi da soli non sono in grado di cogliere, costruzione razionale di proposizioni a carattere generale e/o universale sulla base di questa intuizione intellettuale.

Qualunque scoperta scientifica, dalla più semplice alla più complessa, rivela sempre questa ricorrente struttura del nostro conoscere. Gli uomini non cominciarono certamente a fare il bagno da Archimede in poi: essi, ben prima del grande scienziato siracusano, sapevano che cosa si prova, che cosa si sente quando il nostro corpo si immerge in una vasca d’acqua. Fu, invece, Archimede, per primo, ad intuire, a capire in ciò che egli — come ogni uomo — provava e sentiva quando fece quel bagno, quel “qualcosa” che corrisponde al “peso specifico” di ogni corpo. Non fu Newton a vedere per primo i corpi cadere; ma fu egli per primo a capire, ad intuire dentro questo fatto che l’uomo aveva sempre visto, un “qualcosa” che egli poi formulò in proposizioni che ormai prescinde vano dal fatto che fosse questo o quel corpo a cadere, in proposizioni aventi valore generale. Come è facile vedere, la nostra facoltà conoscitiva si esprime, si realizza, si esercita ad un triplice livello: quello sensibile; quello intellettuale; quello razionale. Al primo livello colgo sempre e solo un dato particolare, singolare (questo corpo che cade, questo pendolo che si muove...); al secondo livello colgo sempre un dato astratto dalle particolarità del sensibile e generale/universale (il “peso specifico”; la “legge di gravità”); il terzo mettendo in atto un procedimento con cui procedo da ciò che già conosco a ciò che mi è ignoto, con cui coordino le varie conoscenze già acquisite, giungo ad elaborare teorie interpretative non solo di un settore della realtà, ma della realtà nel suo insieme (per es. la teoria della relatività). Si deve, subito, notare che non esiste una separazione vera e propria fra questi tre livelli, ma solo una distinzione, come risulta chiaramente se riflettiamo alla logica interna di ogni scoperta scientifica. Abbiamo, dunque, descritto — sia pure in nodo ancora molto semplice — il nostro dinamismo conoscitivo: quel dinamismo che fa sì che l’uomo non sia fatto “per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Vorrei ora passare al un altro passo della nostra... marcia di avvicinamento alla definizione del concetto di etica.

Aristotele ha mostrato — abbiamo qui il caso di una acquisizione definitivamente guadagnata dalla nostra cultura occidentale — che esiste una distinzione assolutamente prima da riconoscere nella nostra attività conoscitiva, la distinzione fra intelletto/ragione speculativa o teorica e intelletto/ragione pratica. Il senso di questa distinzione non è di dire che in noi esistono due facoltà conoscitive, ma che la stessa e identica facoltà può esercitarsi in due modi profondamente di versi fra loro. La ragione speculativa conosce soltanto per conoscere. Aspira a vedere e soltanto a vedere. La verità, il conoscere ciò che è, ecco la sola sua meta e la sola sua vita. La ragione pratica conosce in vista dell’azione. Aspira a vedere per poter poi agire. La sua meta non è conoscere, ma conoscere per agire.

Questa distinzione è a voi particolarmente chiara: essa è sinonimo alla distinzione fra scienza e tecnica. Lo scienziato vuole solo conoscere; il tecnico conosce per poter poi metter in atto la conoscenza. Il biologo studia la vita, penetra nelle sue strutture più intime, mosso solo da una domanda: che cosa è la vita? il medico conosce la biologia, ma nella sua conoscenza è mosso da una domanda: che cosa fare per difendere e/o sanare la vita (dell’uomo)? La distinzione aristotelica è importante dai vari punti di vista, ma — per il nostro scopo — soprattutto da questo: la ragione pratica presuppone ed implica sempre quella speculativa; la tecnica presuppone ed implica sempre la scienza: ad una scienza “povera” corrisponde sempre una tecnica limitata.

Vorrei ora fare un terzo passo verso la definizione di etica: per compierlo è necessario riflettere un momento sulla svolta che nella storia del pensiero umano Galileo ha fatto compiere al sapere scientifico.

Quale è la vera ragione per cui egli è da tutti considerato “padre della scienza moderna“? Non è stato certamente perché egli ha fatto aumentare considerevolmente la quantità delle conoscenze scientifiche. La ragione è che egli ha definito in maniera nuova il concetto stesso di sapere scientifico, poiché ne ha rigorosamente delimitato l’oggetto, elaborando di conseguenza una nuova metodologia. Vorrei ora fermarmi brevemente su questi tre aspetti della “rivoluzione galileiana”, cominciando da quello più decisivo, la delimitazione dell’oggetto del sapere scientifico. Mentre fino a Galileo si riteneva che oggetto della scienza (ciò che la scienza conosce) dovesse essere la “natura”, la “essenza” delle cose con cui i nostri sensi ci mettono in contatto, Galileo si rese conto che, posto questo obiettivo, ben poco successo avrebbe potuto avere lo scienziato nel suo procedere.

Oggetto del sapere scientifico sono — devono essere — solamente le qualità misurabili dei corpi: conoscere scientificamente significa precisamente conoscere queste qualità, cioè applicare la matematica a quelle qualità. Stabilito questo “oggetto”, il sapere scientifico consisterà precisamente, se mi si permette questa formula, nel leggere in termini matematici la realtà, tralasciando il “tentar le essenze” (Galileo).

Orbene, voi sapete che mutando l’oggetto da conoscere, deve mutarsi la metodologia, il modello cioè delle operazioni che lo scienziato deve compiere per avere una conoscenza delle qualità misurabili. Ho parlato di “svolta galileiana”: non è un’affermazione retorica. Si tratta di uno dei più importanti eventi culturali dell’umanità che marcherà tutto il nostro modo di pensare e di vivere. Ma, dentro di essa, si annidava e si annida un rischio gravissimo che, purtroppo, non rimase solo teorico. La “nuova scienza” nasce quando si prescinde dalle “qualità non misurabili” dei corpi. Dal prescindere al negare il passo è breve, e benché Galileo sembra si sia sempre astenuto dal compierlo, esso è stato poi compiuto, giungendo a negare ogni valore conoscitivo a qualsiasi conoscenza che non fosse “scientifica” (in senso galileiano). Fatto questo passo, conoscenze come quella religioso-teologica, metafisica, etica vennero confinate, a seconda dei casi, nel campo delle emozioni, delle immotivate decisioni o altro ancora. Ritorneremo, più avanti, su questo fatto.

Fatte queste tre serie di riflessioni, possiamo ora tentare di elaborare il concetto di etica.

Possiamo cominciare col dire che il discorso etico si propone, come oggetto da conoscere, il comportamento libero dell’uomo: il suo libero agire. È da sottolineare fortemente questa qualificazione, quella della libertà. Se, infatti, noi prestiamo attenzione al modo con cui si esercitano, si attuano i dinamismi operativi di cui siamo in possesso, noi vediamo subito che essi si esercitano in due modi fondamentali. Esistono attività che accadono nella persona umana, ma non sono della persona umana; esistono attività che non solo accadono nella persona umana, ma sono della persona umana. L’etica si propone di sapere, di conoscere l’attività della persona ed in quanto della persona umana.

Ma la determinazione del campo della ricerca etica, così effettuata, è ancora troppo generica per consentirci una definizione rigorosa della medesima. Infatti, si può cominciare col notare che a questo campo di possibile conoscenza — l’attività della persona, appunto — sono possibili almeno due approcci profondamente diversi fra loro.

Chiamo il primo “approccio galileiano”. Esso considera l’attività del la persona in quanto grandezza misurabile. In questo approccio, si esprime la conoscenza, così raggiunta, in numeri o statistiche: si vuol sapere su cento persone quante agiscono in un modo piuttosto che in un altro. E questa conoscenza ha una finalità pratica, in genere: per esempio, elaborare, poi, una norma giuridica di regolamentazione dell’agire della persona.

Alla base ed alla luce delle singole ricerche statistiche si giunge poi ad elaborare una o più teorie sul comportamento di un determinato gruppo sociale, si individuano cioè e si descrivono i loro “costumi morali”, in se stessi e nei loro reciproci rapporti. Si passa ad una sociologia dei costumi. Si noti bene: non si tratta solo di descrivere attività esternamente rilevabili, ma anche i giudizi che le motivano. Che cosa caratterizza questo approccio? In primo luogo la sua descrittività: esso descrive dei fatti, cerca di cogliere in essi delle costanti ricorrenti, che esprime secondo leggi statistiche. Ritroviamo — né poteva essere diversamente — quella struttura fondamentale del nostro conoscere, da cui ha preso avvio la nostra riflessione, ma che si limita — si auto-limita — ad applicare se stessa alla dimensione, alla qualità misurabile, constatabile con misurazione, dell’agire della persona. In questo preciso senso ho parlato di descrittività. Ma, questo approccio è anche, e soprattutto, caratterizzato dalla assenza in esso di qualsiasi conoscenza che si esprima con questa formula: “si deve...” oppure “non si deve...”. Se, infatti, a ciò giungesse commetterebbe una grave scorrettezza.

Ma è possibile anche un altro approccio all’agire della persona. Esso non si propone la considerazione delle sue qualità misurabili, nel senso suddetto: non è la domanda “quante volte...” che l’interessa. Esso si propone la conoscenza dell’agire della persona in quanto esso deve-non deve essere compiuto dalla persona: studia l’atto della persona in quanto conforme-non conforme al dover-essere della persona stessa.

Una delle espressioni più alte di questo secondo approccio — dell’approccio etico — all’agire della persona è, senza dubbio, rappresentato da una famosa pagina del Critone di Platone.

Critone propone a Socrate la fuga dal carcere, con tutta una serie di argomentazioni tese a dimostrare che da essa, la fuga, ne verrebbero buone conseguenze, mentre dall’esecuzione capitale del maestro, solo conseguenze negative.

Alla proposta del suo amico e discepolo, Socrate risponde che “non il vivere è da tenere in massimo conto, ma il vivere bene” (Platone, Critone, traduzione, introduzione e commento di G. Reale, Brescia, 1981, pag. 31) ed “il vivere bene è lo stesso che il vivere con virtù e giustizia” (ibid., pag. 32). L’unico problema è, pertanto, il seguente: fuggire è cosa in se stessa giusta o ingiusta? “E se apparirà chiaro che così agendo, si commettono azioni ingiuste, allora non si dovrà più far calcoli; né se, stando qui fermi senza far nulla, bisognerà morire, né se si debba subire qualsiasi altra pena piuttosto che commettere azioni ingiuste” (ibid. pag. 33).

L’approccio socratico è veramente paradigmatico per comprendere l’etica. La domanda etica è una sola: ciò che sto per compiere è giusto-ingiusto? e non: quali conseguenze avrà ciò che sto per compiere? L’unica preoccupazione dell’etica è di non compiere nessuna azione che non deve essere compiuta.

Come voi potete vedere, per capire la natura di questo approccio, del l’approccio etico, appunto, all’atto della persona, il concetto chiave è quello di “dover-essere”.

Esso richiama subito quello di una “necessità”. Se noi facciamo attenzione alla nostra esperienza, vediamo che essa ci fa conoscere almeno tre tipi di necessità. Esiste una necessità “naturale”: posta una certa condizione, data l’esistenza di un fenomeno, ne consegue un secondo: posto un metallo nel fuoco, ne consegue la sua dilatazione. È la necessità propria delle leggi naturali che la scienza scopre. Esiste una necessità “logica”: posto un principio, si devono porre tutte le conseguenze che da esso derivano, pena la contraddizione. Ma esiste anche una terza esperienza di necessità. È la necessità inscritta nel mio essere-persona, nel mio essere uomo avvertita nel momento in cui compio un’azione: la necessità di agire “da uomo”.

Che cosa caratterizza questo approccio? In primo luogo la sua normatività. Esso non descrive dei fatti, ma coglie delle esigenze che devono essere rispettate dal fatto in questione, cioè dall’attività della persona. In secondo luogo, la conferma della conoscenza così raggiunta non può affatto venire dalla constatazione di ciò che di fatto le persone fanno, dal come si comportano: al limite questa constatazione può smentire completamente la conoscenza etica senza che essa deponga a favore o in contrario della verità della medesima.

 

In conclusione: l’etica è la conoscenza degli atti della persona umana in quanto essi sono o non sono esigiti dalla stessa persona umana come tale.

 

Due importanti annotazioni conclusive. Anche la conoscenza etica realizza, in un modo ad essa proprio, la ricorrente struttura del conoscere umano. Infatti, negli atti concreti della persona (questo è il dato di partenza) essa coglie un “qualcosa” che sta in essi: la loro intrinseca doverosità-esigibilità in rapporto all’essere della persona umana, “qualcosa” che esprime attraverso delle proposizioni aventi valore universale. La conoscenza etica poi è una conoscenza della ragione pratica: essa conosce ciò che deve essere fatto, compiuto.

 

2. Il fondamento dell’etica

 

La domanda ora che ci si pone naturalmente è la seguente: quale è il fondamento di questa conoscenza? Ed anche ci si pone una seconda domanda: quale è il criterio per discernere se una conoscenza etica è vera o falsa? Le risposte a queste domande costituiscono i due punti fondamentali di questa seconda parte del mio intervento.

 

2,1. La domanda sul fondamento della conoscenza etica muove da una preoccupazione legittima: elaborare una conoscenza etica, diciamo pure, se volete, costruire un sistema etico, è un’operazione che ha un qualche aggancio colla realtà delle cose, oppure si tratta solo di un’operazione che non fa che dare espressione ad emozioni, gusti, decisioni del singolo? La domanda, in sostanza, è di sapere se mediante la conoscenza etica attingo una realtà che è, in fondo, indipendente da chi conosce.

Partiamo dalla constatazione di un fatto: di etica gli uomini discutono. Discutono di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Questo fatto implica la convinzione che quando si parla di “giusto-ingiusto”, non si tratta semplicemente di emozioni, di immotivate decisioni: “de gustibus, non disputatur”. Che, dunque, si neghi che colla conoscenza etica noi attingiamo la realtà si può ritenere a parole, ma non è pensabile.

Ma a quale realtà attinge il pensiero etico? Precisamente: quale è il suo fondamento?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire dalla descrizione di ciò che possiamo chiamare “esperienza etica”: un’esperienza che ogni uomo vive, anche spesso. Ciascuno di noi è rimasto preso, almeno qualche volta, da valori di nessuna utilità: che utilità ha la bellezza di un tramonto? Che utilità ha lo splendore di una basilica rinascimentale? Nessuna. La bellezza, tuttavia, ci affascina e ci attrae ad un atteggiamento di pura ammirazione, di puro consenso ad essi. Perché può accadere questa risposta dell’uomo? Perché, molto semplice mente, la bellezza è un valore che vale per se stesso ed in se stesso, non perché serve a qualcosa d’altro. Esistono dunque valori di utilità/ beni utili, strumentali, e valori in sé e per sé.

Ed ora domandiamoci: che utilità deriva ad una madre dal sacrificio che ella fa per suo figlio? Nessuna, ovviamente. Anzi, se noi scorgessimo in un amore materno una qualche intenzione utilitaristica, la cosa ci apparirebbe immediatamente inaccettabile. L’amore vale in se stesso e per se stesso. Ma qui noi vediamo che ci troviamo in una situazione profondamente diversa da quella precedente. Infatti, perché l’utilità vizierebbe l’amore? Perchè l’amore (della madre verso il figlio) è un’esigenza intrinseca al rapporto madre-figlio. Esistono, cioè, valori che non solo valgono in sé e per sé, ma che esigono di essere riconosciuti, rispettati, poiché esprimono le stesse esigenze intrinseche all’essere stesso. Nel caso, diremmo: non sei una madre.

Se l’essere o il non essere madre dipende da una libera decisione della donna, l’essere o il non essere uomo non dipende da una nostra libera decisione: noi ci troviamo ad essere uomini. Ora esistono situazioni nelle quali se noi agiamo in un modo piuttosto che in un altro, “sentiamo” che la nostra umanità stessa è tradita e diciamo “non ti se comportato da uomo”. Esistono cioè delle esigenze intrinseche, interne al nostro essere persone umane, che scaturiscono dal nostro essere persone umane. In altre parole: il nostro essere persone umane esige che noi agiamo in un modo piuttosto che in un altro. Queste esigenze noi sperimentiamo, quando viviamo quella che ho chiamato “esperienza etica”.

Esistono, dunque, valori che non valgono in se stessi e per se stessi, beni utili; esistono valori che valgono in se stessi e per se stessi, ma il cui riconoscimento non è una esigenza assoluta ed incondizionata del nostro essere uomini (se uno non gusta la bellezza di una sinfonia di Beethoven, si può dire che non è un uomo in possesso di gusto musicale...); esistono valori che valgono in sé e per sé, il cui riconoscimento è una esigenza assoluta ed incondizionata del nostro essere uomini (se uno è ingiusto, si dice semplicemente che non è un uomo buono).

Fermiamo la nostra attenzione su questa ultima classe di valori. Quale è il fondamento della riflessione etica? Quale realtà essa attinge? Il fondamento della riflessione etica è la persona umana come tale, nel senso che, nella e mediante la riflessione, noi attingiamo il nostro essere-persona come essere che vale in se stesso e per se stesso, che esige di essere riconosciuto in se stesso e per se stesso.

 

2,2. L’individuazione del fondamento dell’etica ci porta a formulare una seconda domanda.

Come ogni riflessione, anche quella etica deve possedere dei criteri di verifica alla luce dei quali poter giudicare se le conclusioni raggiunte sono vere o false.

Non è il caso che io mi intrattenga a dimostrare a voi questa necessità: porterei acqua al mare. Uno dei canoni fondamentali della metodologia scientifica è precisamente questo: nessuna proposizione scientifica è da ritenersi vera se non è confermata da una serie di esperimenti. Come voi vedete facilmente: esiste un criterio per discernere se una proposizione è scientificamente vera o falsa.

Quale è il criterio per discernere se una proposizione etica è vera o falsa? È questa la seconda domanda sul fondamento dell’etica.

Attualmente uno dei criteri più comunemente ritenuti validi è il “criterio delle conseguenze” (= etica consequenzialista). In verità, questo criterio è inconsistente. Infatti, in base a quale criterio si discerne una conseguenza “buona” da una conseguenza “cattiva”: in base alla conseguenza della conseguenza? Ma questo è un procedere inconclusivo ed inconcludente.

Altro criterio è quello del “consenso”: è da ritenersi vero ciò che i più consentono sia vero, buono ciò che i più consentono sia buono. In realtà, anche questo criterio è inconsistente. Infatti, delle due l’una. O si afferma che il consenso maggioritario è per sé — e quindi sempre — veritiero, o vi deve essere una ragione per affermare che il consenso è criterio di verità dell’etica. Ma la prima ipotesi è chiaramente falsa; con l’altra già dico che esiste un criterio diverso, precedente, superiore a quello del consenso.

Cerchiamo di individuare il criterio vero. Partiamo da una constatazione: nessuna scienza dimostra tutto ciò che afferma, ma essa rimanda sempre ad uno o più assiomi indimostrabili. Se allora prendiamo nel suo insieme tutto il sapere scientifico, occorre affermare che esso si fonda su una evidenza non dimostrabile perché per se stessa evidente. Gödel dimostrò, col suo famoso teorema, che “Se raggruppiamo in un unico sistema P gli assiomi di Peano e gli assiomi della logica, allora supposto che P non sia contraddittorio, risulta impossibile dimostrare questa non contraddittorietà senza uscire fuori da p”.

Anche il sapere etico si fonda su una originaria ed evidente intuizione, non bisognosa di dimostrazione che potremmo formulare in questo modo: ciascuno deve essere riconosciuto per ciò che è, ovvero deve esserci una corrispondenza adeguata fra ciò che è ed il nostro riconoscimento.

Per cui, la proposizione etica fondamentale, il primo assioma è: ama l’essere di ogni cosa nella misura esattamente corrispondente al suo grado di realtà.

Ogni proposizione etica deve essere verificata alla luce di quell’assioma fondamentale; cioè: ogni proposizione etica deve risultare come una esplicitazione di quell’assioma fondamentale: questa esplicitazione può essere compiuta poi mediante procedimenti diversi.

In questo senso, il procedimento del sapere etico è questa intuizione originaria che ci fa vedere la “dignità di ogni essere”, ciò che esso vale. L’ordine nell’universo dell’essere è costituito da tre gradi.

QUALCOSA = ha una “dignità” di mezzo; vale in quanto serve;

QUALCUNO = ha una “dignità” di fine; vale in sé e per sé;

DIO = Ha una “dignità” infinita; vale infinitamente.

E così, l’intuizione etica originale si esplicita in tre principi fondamentali: ama le cose in quanto servono alla persona; ama la persona in sé e per sé; ama Dio al di sopra di ogni cosa.

 

3. La norma morale

 

Il concetto di “norma” o “legge” a chi viene da una formazione scientifica richiama immediatamente il concetto di una correlazione costante, verificabile fra due o più fenomeni. Quando noi trasferiamo questo concetto di “norma-legge” dentro la riflessione etica, esso subisce un cambiamento così sostanziale da indurci a pensare che sia di totalmente altro che noi etici parliamo. Sarà, dunque, necessario, partire da una rigorosa definizione di “norma morale”.

 

3,1. Definizione di norma morale. Possiamo prendere le mosse da una analisi grammaticale delle proposizioni in cui si esprimono le norme morali. Esempio: l’uccisione di un innocente è illecita. Il soggetto — ciò di cui si dice qualcosa — è un atto della persona umana (nel caso: l’uccisione); il predicato — ciò che si dice — è la qualificazione etica (lecito-illecito) dell’atto indicato dal soggetto. Il problema che si pone immediatamente è di sapere che cosa in realtà si dice in questo modo, che cosa si intende significare con simili espressioni.

Quando si enunzia una proposizione scientifica, si dice, si esprime — almeno nella maggior parte dei casi — che fra due fenomeni esiste una correlazione, che è stata constatata da una più o meno alta serie di esperienze e che comunque può essere sempre verificata sperimentalmente. E quando si enuncia una proposizione etica, che cosa in realtà si dice?

Tenendo presente tutto quanto è stato detto nelle due relazioni precedenti, possiamo affermare che quando si enuncia una proposizione etica, si dice, si esprime una correlazione fra due realtà: la persona umana ed il suo atto. Quale correlazione? Una correlazione di “conformità-difformità” dell’atto della persona umana. È questo il punto capitale per capire la norma morale. 

Dobbiamo partire da una premessa. La persona umana è un soggetto che realizza se stesso nei e mediante i suoi atti. L’atto è l’ultima perfezione della persona. Esso non si colloca accanto alla persona: la persona stessa si costruisce nei suoi atti.

Da ciò una conseguenza importante. Data la libertà della persona, la realizzazione della persona nei suoi atti non è pre-determinata, pre fissata, ma essa può essere — si ricordi la lezione precedente — di due segni diametralmente opposti: o buona o cattiva.

Siamo così in possesso di un sufficiente numero di elementi per elaborare una prima definizione di norma morale. La norma morale... è un giudizio della nostra ragione, mediante il quale noi conosciamo l’idoneità intrinseca di un atto a realizzare/non realizzare la persona umana nel modo dovuto/non dovuto.

Ogni proposizione, quando è sensata, esprime sempre un atto di conoscenza, prodotto dalla nostra intelligenza: qualcosa che la nostra intelligenza ha capito. Quando non abbiamo capito nulla, e, nonostante ciò, parliamo ugualmente, o diciamo proposizioni insensate o semplicemente ripetiamo ciò che altri dicono. Che cosa ho capito, esattamente, quando enuncio una norma morale? Ho capito una esigenza incondizionata della persona umana come tale, una esigenza che sta scritta dentro la stessa verità della persona umana. Possiamo così completare la precedente definizione di norma morale, con questa seconda: la norma morale è un giudizio della nostra ragione, mediante il quale noi conosciamo l’idoneità intrinseca di un atto a realizzare/non realizzare un’esigenza incondizionata della persona umana.

In una parola: la norma morale esprime una correlazione fra la persona ed il suo atto; una correlazione fondata sulla intrinseca capacità/incapacità dell’atto in questione di realizzare/non realizzare le esigenze incondizionate della persona.

 

3,2. Da tutto quanto abbiamo detto finora comprendiamo le due proprietà fondamentali della norma morale: la sua universalità e la sua immutabilità

In quanto essa esprime le esigenze dell’uomo come tale, essa vale universalmente e non può mutare, come non muta la verità dell’uomo. Può certo mutare la conoscenza che l’uomo ha di sé e ciò spiega quei cambiamenti che la sociologia dei costumi descrive.