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RAPPORTO TRA DONO CONIUGALE E IL DONO DEL FIGLIO: GENERAZIONE E EDUCAZIONE

Relazione al Congresso del Pontificio Consiglio per la Famiglia
"La Familiaris consortio nel suo ventesimo. Dimensione antropologica e pastorale"
22-24 novembre 2001

L’intento della presente riflessione è dimostrare l’intima connessione esistente fra la comunione coniugale, il dono della vita e l’educazione della persona. Non è frequente, a dire il vero, l’inserzione dentro a questa tematica del tema dell’educazione della persona. Come spero si andrà vedendo durante la riflessione, questo tema tuttavia entra a pieno diritto nella connessione di cui stiamo parlando.

Costruirò la mia riflessione in tre momenti distinti. Nel primo cercherò di riflettere sulla natura e sulle ragioni della connessione esistente fra le tre grandezze suddette. Nel secondo momento cercherò di mostrare come questa connessione oggi sia nella cultura occidentale in larga misura non solo non praticata, ma impensabile. Nel terzo momento vorrei dare alcune indicazioni, alcuni orientamenti per la ricostruzione nella coscienza dell’uomo di oggi della capacità di vedere la connessione di cui stiamo parlando.

1. Ragioni e Natura della Connessione

Se non vado errato, la riflessione cristiana, soprattutto in questo ventennio trascorso dopo la pubblicazione della Es. Ap. Familiaris consortio [d’ora in poi FC], ha percorso tre strade per mostrare la connessione di cui stiamo parlando. I tre cammini si differenziano, meglio si distinguono in ragione del punto di partenza, che può essere ciascuna delle tre grandezze in questione. Mi limiterò a percorrere solo una pista di riflessione.

1,1. Ritengo che uno degli insegnamenti più importanti dati dalla FC e più fecondi di successive riflessioni teologiche e filosofiche, sia stato quello di mostrare come la coniugalità come tale sia positivamente orientata al dono della vita, e negativamente respinga da sé ogni forma di contraccezione in senso etico. Detto in termini più precisi, l’atto contraccettivo è in primo luogo un atto anticoniugale. E’ ciò che ora cercherò brevemente di mostrare.

Presupposti di questa visione sono alcune tesi antropologiche, esse pure accennate esplicitamente nella FC, ma che sono state soprattutto sviluppate nel Magistero di Giovanni Paolo II.

Queste tesi sono le seguenti. In primo luogo la tesi dell’unità sostanziale della persona umana: corpore et anima unus, dice il Concilio Vaticano II parlando dell’uomo [cfr. Cost. past. Gaudium et spes 14]. La tesi veicola almeno due verità fondamentali attinenti all’uomo: il corpo è costitutivo della persona umana, la persona umana cioè è una persona-corpo e il corpo umano è un corpo-persona; la separazione della persona dal suo corpo, prima di essere un errore etico, è un errore metafisico. L’altro grande presupposto antropologico, coerente con la tesi dell’unità della persona, è che l’esercizio della sessualità umana coinvolge la persona umana come tale. Il significato cioè dell’esercizio della sessualità umana è sempre un significato nel quale la persona come tale è coinvolta [la rivelazione cristiana sulla verginità farà addirittura scoprire all’uomo che la sessualità è capace di esprimere un atto eminentemente spirituale come la donazione indivisa che il battezzato fa a Cristo stesso].

Le due tesi appena richiamate hanno indubbiamente spostato l’accento nella riflessione cristiana da una considerazione prevalentemente "funzionale" della sessualità [la sessualità è per la procreazione] ad una considerazione prevalentemente personale. Il problema che soprattutto in questi ultimi anni del ventennio post-FC è, mi si passi la parola, scoppiato nelle mani del pensiero cristiano è stato di individuare esattamente il contenuto veritativo, prima che etico, di ciò che ho chiamato "significato personale della sessualità".

Riprenderò in maniera più ampia questa problematica nel secondo punto. Qui mi limito a indicare la risposta che la teologia e la filosofia che noi seguiamo ritenendole vere, hanno dato. Detto in poche parole, il significato personale dell’esercizio della sessualità consiste nell’essere/dover-essere la sessualità il simbolo reale del dono della persona alla persona del coniuge. Tralascio completamente di entrare in una suggestiva ipotesi di antropologia filosofica secondo la quale è possibile ricostruire l’intera verità dell’uomo attraverso questa categoria dell’amore che si dona. Dico solo che è stato il Concilio Vaticano II a suggerire questa possibile ricostruzione della verità sull’uomo, quando ha affermato che la caratteristica specifica della persona umana è che essa possa realizzarsi solo attraverso il dono di sé [cfr. Cost. past. Gaudium et spes 24].

Ritorno al filo della mia riflessione. Fino ad ora ho detto: la persona umana è dotata di un’unità sostanziale; la sessualità umana possiede per sua propria natura un significato personale; il significato personale consiste nel suo essere il simbolo reale della donazione della persona umana.

Mi fermo un momento a spiegare che cosa intenda per "simbolo reale". Esso è un segno capace di realizzare ciò che significa. Come è noto una scuola filosofica anglosassone parla di un performative language; ed il Santo Padre in una sua catechesi del mercoledì parla di una "sacramento primordiale" a riguardo della femminilità/mascolinità della persona umana. Ovviamente qui interviene anche la riflessione propriamente etica, sulla quale però non intendo minimamente fermarmi.

A questo punto abbiamo individuato tutti i presupposti che sono capaci, se congiuntamente e attentamente considerati, di generare quell’atto di intelligenza che mi fa capire la connessione fra coniugalità e dono della vita. E ciò da due punti di vista.

Da un punto di vista negativo. La contraccezione contraddice obbiettivamente il significato personale dell’esercizio della sessualità, in quanto introduce una riserva ed opera una esclusione nel dono che il linguaggio usato dice essere totale.

Dal punto di vista positivo. E’ esigenza intrinseca ad ogni vero amore quella di dirsi e realizzarsi in modo permanente. Non a caso la Sacra Scrittura ama qualificare l’amore e la fedeltà di Dio come eterni. Anche l’amore coniugale, come ogni vero amore, cerca di prendere corpo in una esperienza che lo mostri nella sua permanenza. Non a caso l’amore genera sempre. Il figlio è il segno permanente, il legame ontologico che mostra l’unità nell’amore dei due sposi. Per questa ragione profonda un amore che decida di essere infecondo è un amore che decide di uccidersi: l’esperienza dei coniugi dice che le cose stanno esattamente così. Così come ciò è dimostrato anche nella logica delle due altre fondamentali forme che nella Chiesa può assumere l’amore umano, l’amore verginale e l’amore pastorale. Tutte le grandi opere di cui ancora oggi vive la Chiesa sono state generate da vergini o da pastori d’anime.

1,2. Dentro alla riflessione fin qui condotta, penso si debba inserire il tema della educazione della persona, sia per ragioni strutturali sia per ragioni congiunturali.

L’inserzione del tema dell’educazione in sostanza è sempre stata implicitamente fatta dal pensiero cristiano quando afferma che l’educazione della persona umana è compito originario dei genitori. Vorrei dire qualcosa al riguardo, nel contesto precisamente della riflessione che stiamo conducendo.

Educare una persona significa introdurla nella realtà. Introdurre una persona nella realtà significa donarle le risposta ai due interrogativi fondamentali che la nuova persona umana inevitabilmente porta con sé, posta come è dentro all’universo dell’essere: che cosa è questo universo dell’essere [domanda sulla verità]? come è questo universo dell’essere, buono o cattivo e quindi da me deve essere amato o odiato o temuto [domanda sul bene]?

La nuova persona umana entra nell’universo dell’essere, nel significato profondo appena accennato, attraverso l’uomo e la donna che l’hanno generata ed è a loro che pone concretamente le due domande fondamentali.

La conferma per contrarium di ciò che sto dicendo è la devastazione subita dalla persona umana quando viene introdotta nell’universo dell’essere all’infuori di una famiglia e di una coniugalità serenamente vissuta. Il volto dell’essere assume per il bambino i connotati del volto di sua madre e di suo padre e solo la coniugalità, assicurando un contesto di amore, rende possibile alla nuova persona umana di essere introdotta nella verità e nella bontà dell’essere.

La questione quindi dell’educazione, più precisamente del ruolo dei genitori nell’educazione diventa ogni giorno più importante, molto più di quanto comunemente si pensi.

Ho indicato alcune piste di riflessioni attraverso le quali si può dimostrare la connessione fra coniugalità, dono della vita ed educazione della persona. Se ora guardiamo dentro alla cultura occidentale e ci chiediamo in che misura questa connessione, non dico è stata vissuta, ma è stata pensata, non vi nascondo che la mia risposta è: la nostra riflessione è stata pressoché totalmente ignorata. Ovviamente, come sempre quando si esprimono opinioni di questo genere si può essere più che mai contestati da opinioni opposte. In questo caso gradirei esserlo ed esserne convinto. Il punto seguente della mia riflessione vorrà, sia pure brevemente, fondare la mia affermazione.

2. Una Connessione Impensabile

Preferisco enunciare subito la mia tesi di fondo sulla questione che stiamo affrontando. E la tesi è la seguente: la connessione fra coniugalità, dono della vita, educazione della persona, così come è proposta oggi dal pensiero della Chiesa cattolica, all’interno della cultura occidentale dominante è divenuta semplicemente impensabile. Impensabile significa che tutta la trama concettuale da essa sottintesa non è più percepibile. Credo che tutti noi abbiamo vissuto almeno qualche volta nel nostro impegno di testimonianza alla verità cristiana la dolorosa esperienza di rivolgersi a sordi, quando si presentava la dottrina cristiana di cui sopra.

Mi sono chiesto varie volte quale è la ragione profonda di questa sordità dell’intelligenza. E la risposta che fino ad ora mi convince maggiormente è la seguente.

L’intelligenza dell’uomo occidentale si è come autocensurata, precludendosi pregiudizialmente qualsiasi accesso ad una verità che non sia empiricamente verificabile. L’intero per questo uomo è delimitato esclusivamente dall’esperienza sensibile, intesa in tutta la sofisticata accezione che ha oggi questa parola. E’ stato scritto giustamente che per questo uomo la scienza è capace di conoscere la verità ma non possiede la certezza; mentre l’etica possiede la certezza ma non conosce la verità.

A causa della loro originaria connessione, Tommaso parla di una "quaedam circulatio" fra intelligenza e volontà, il volere umano in conseguenza di quell’auto-censura dell’intelligenza, si è di fatto ridotto al desiderare; allo, direbbero gli scolastici, adpetitus sensibilis. Ora la diversità fondamentale che esiste fra volere e desiderio sensibile è che il primo è naturalmente capace di amare ciò che è bene in sé e per sé, mentre il secondo è capace solo di amare ciò che è bene per il soggetto desiderante. Credo che si possa interpretare tutta la legittimazione della procreatica artificiale alla luce di questa basilare distinzione.

Una persona umana decapitata, se così posso esprimermi, di ciò che le consente di accedere al vero e al bene intelligibile, può capire la coniugalità semplicemente come coesistenza ad experimentum di due egoismi opposti, regolamentata dalle leggi di un dare/avere il cui bilancio finale deve essere in parità. La progressiva diffusione ormai in tutti gli ambiti sociali delle libere convivenze non è un fenomeno inaspettato ed incomprensibile. Che bisogno c’è infatti di sottoporsi a procedure o canoniche o civili che poi ti obbligano ad altre complesse procedure giudiziali quando verrà il momento di rompere la convivenza?

Una persona umana decapitata di ciò che le consente di accedere al vero e al bene intelligibile penserà in via pregiudiziale che l’amore e il dono di sé non siano possibilità concrete per la persona umana: all’amore e alla verità dovranno sostituirsi regole di comportamento che consentono agli opposti egoismi di convivere senza fasi troppo male.

Non è difficile allora rendersi conto che il grande discorso cristiano sulla coniugalità risulta semplicemente incomprensibile ad un uomo così fatto.

Poc’anzi ho detto che si può interpretare tutta la legittimazione a cui assistiamo nella cultura occidentale, della procreatica artificiale, come conseguenza di una caduta, di un collasso della libertà al semplice livello di desideri sensibili..

Ciò che mi ha sempre fatto molto pensare è il trovare negli stessi ambiti culturali e di pensiero la legittimazione e dell’aborto e del "figlio ad ogni costo". In realtà le due attitudini hanno una sola radice. Il figlio può essere solo oggetto di desiderio, nel senso limitato che ho detto sopra. E pertanto o un male da evitare ad ogni costo, o un bene da proseguire con tutti i mezzi. All’interno della visione cristiana, se un figlio chiedesse al proprio padre perché gli ha donato la vita, questi potrebbe semplicemente rispondere: perché ho amato tua madre. Se un figlio concepito in provetta chiedesse a uno dei suoi genitori perché lo hanno messo al mondo, questi potrebbe rispondere con sincerità solo nel modo seguente: perché sentivo il bisogno di te. Le due risposte manifestano le due logiche diametralmente opposte del riconoscimento della persona in sé e per sé o dell’uso della persona per la propria felicità individuale.

A volte mi trovo a pensare che fra il cristianesimo e questa cultura occidentale di cui sto parlando la scriminante essenziale riguarda il grado di stima che l’uno e l’altro nutre nei confronti dell’uomo.

Non sarebbe difficile a questo punto far vedere come dentro ad una tale antropologia, la proposta educativa contemporanea sia andata progressivamente evacuandosi in una semplice tecnica del cosidetto know how, in una semplice tecnica del saper fare. E’ chiaro che se questo è l’atto educativo, la famiglia ha ben poco da dire.

Mi rendo conto, anche per ragioni di tempo, di aver affrontato problemi drammaticamente enormi in un modo assai schematico, al limite della rozzezza teoretica. Ma credo che il nostro Seminario abbia proprio anche la funzione di uno scambio profondo di opinioni sui gravi problemi che la FC aveva luminosamente risolti.

3. Una Connessione Ricostruita

E’ a questo punto che chiunque abbia responsabilità educative nella Chiesa, e quindi in primo luogo i pastori d’anime, si chiedano come uscire da questa situazione così devastante per l’umanità di ogni persona umana, come ricostruire la capacità di cogliere la mirabile connessione fra coniugalità, dono della vita, educazione della persona. Ed è domanda quotidianamente assillante anche nel mio ministero episcopale. Sottopongo alla vostra riflessione e al vostro competente giudizio la risposta che mi sembra la più vera, e che si articola in due momenti.

3,1. La Sacra Scrittura, più precisamente il Vangelo secondo Luca (24,19-21) parla esplicitamente di una figura di uomo che ha incredibili somiglianze con l’uomo che sopra ho fugacemente descritto: sono i due discepoli di Emmaus.

Essi conoscono esattamente ciò che Gesù ha fatto e ciò che Gesù ha detto: la sua vita e il suo insegnamento. Essi lo narrano all’ignoto compagno di viaggio. Ma pur conoscendo quanto Gesù ha detto e ha fatto, sono uomini privi di speranza. Il loro ritorno a Emmaus significa in fondo il ritorno alla vita di prima, dopo aver vissuto l’illusione della possibilità di una esistenza diversa.

Che cosa è che cambia la loro condizione spirituale, cambiamento anche fisicamente significato dal ritorno celere a Gerusalemme? L’esperienza dell’incontro con la persona del Cristo Risorto. La persona cioè vivente del Signore, in carne ed ossa, e non solo la conoscenza di ciò che ha insegnato o fatto. Gli occhi si aprono solo quando spezza il pane (dell’Eucarestia), anche se l’incontro con Lui fa ricordare ciò che ha detto e ha fatto con un cuore ardente.

Di che cosa ha bisogno l’uomo occidentale? Non in primis di sentirsi narrare, insegnare, ciò che Gesù ha insegnato. Ha bisogno di incontrare Lui vivente nella sua Chiesa: il primato non è dell’etica, ma della Liturgia. Solo nell’esperienza di un incontro può aprirsi ancora l’orizzonte possibile, realmente possibile, di una esistenza diversa, non più dominata dal desiderio di ciò che è il mio bene ma dal dono.

Saremmo in un grave errore se continuassimo a pensare di poter reintegrare l’uomo nella sua umanità intera all’infuori della fede in Cristo; se pensassimo che intimando all’uomo continuamente il dovere che ha della solidarietà, del rispetto al creato, della pace e cose di questo genere noi potremmo tirarlo fuori dalla deriva nichilista ed individualista in cui si è chiuso.

3,2. Solo all’interno di una forte esperienza di incontro col Risorto, ed è il secondo momento della mia risposta che sto brevemente esponendo, è possibile, concretamente possibile ridare all’uomo la capacità di capire l’intima verità, bontà e bellezza della coniugalità umana e della connessione di essa con il dono della vita e l’educazione della persona.

Ciò che dico è ultimamente fondato su due tesi che per la teologia cattolica sono assolutamente certe. La prima è che l’immagine di Dio nell’uomo non può mai essere cancellata e che pertanto resta sempre in lui inestinguibile la nostalgia profonda di una originaria dignità perduta. La seconda è che ciascuno di noi è stato pensato e voluto in Cristo e che pertanto, alla fine, è Cristo la risposta ultima e definitiva a quella nostalgia di cui parlava.

Sulla base di queste due tesi cattoliche possiamo stare certi che l’uomo ridiventa capace di amare coniugalmente, nel preciso significato che questa espressione ha nella dottrina cattolica, e quindi capace di donare la vita e di educare la persona.

E’ dentro a questo contesto che acquista una enorme importanza la fedeltà assoluta alla dottrina della Chiesa perché questa fedeltà è semplicemente questione di rispetto o non rispetto della persona umana.

Conclusione

Mi rendo conto che la mia esposizione avrebbe dovuto essere ben più meditata e teoreticamente articolata. Vogliate accettarla come semplicemente un invito alla riflessione e al dibattito comune.

E’ soprattutto nell’ambito del matrimonio e della famiglia che viene oggi lanciata alla Chiesa di Cristo la sfida più provocante da parte della cultura occidentale: la sfida di poter fare senza Cristo, a meno che Cristo non si adatti ad essere una delle tante occasioni per parlare poi di valori morali.

Questa sfida rivolta alla Chiesa e ultimamente a Cristo stesso mi sembra che sia il volto che oggi ha assunto, come più di cento anni or sono aveva ben visto il grande Solov’ev, l’Anticristo. E in sostanza il vecchio monaco ortodosso solo assieme al Papa Pietro II ha dato l’unica vera risposta alla sfida: "il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi".


RIASSUNTO PER L’UFFICIO STAMPA DEL CONGRESSO

L’intento della presente riflessione è dimostrare l’intima connessione esistente fra la comunione coniugale, il dono della vita e l’educazione della persona. Non è frequente, a dire il vero, l’inserzione dentro a questa tematica del tema dell’educazione della persona. Ma questo tema entra a pieno diritto nella connessione di cui stiamo parlando.

Costruirò la mia riflessione in tre momenti distinti. Nel primo cercherò di riflettere sulla natura e sulle ragioni della connessione esistente fra le tre grandezze suddette. Nel secondo momento cercherò di mostrare come questa connessione oggi sia nella cultura occidentale in larga misura incomprensibile e impensabile. Nel terzo momento vorrei dare alcune indicazioni, alcuni orientamenti per la ricostruzione nella coscienza dell’uomo di oggi della capacità di vedere la connessione di cui stiamo parlando.

E’ soprattutto nell’ambito di questa problematica che oggi è lanciata alla Chiesa di Cristo una delle sfide più provocanti da parte della cultura occidentale: la sfida di poter vivere senza Cristo, a meno che Cristo non accetti di diventare una delle tante occasioni per parlare poi di valori morali.