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VEGLIA DI PREGHIERA PER LA PACE
Cattedrale
23 gennaio 2002

1. La lettura dei primi dodici capitoli della Genesi ha sempre accompagnato la vita della comunità ebraica e della comunità cristiana, come luce e guida originaria: punto imprescindibile di riferimento. Sono pagine "essenziali per la comprensione dell’uomo, della storia e del rapporto dell’uomo e della storia con Dio" [E. Bianchi, Adamo, dove sei? Ed. Qiquajon, 1994, pag. 7]. Esse parlando delle origini, cercano di farci capire la verità originaria dell’uomo.

La pagina letta questa sera, narrandoci il primo fatto di violenza compiuto dall’uomo, cerca di farci scoprire la violenza inter-umana alle sue radici: radici che produrranno sempre i loro frutti di morte se non sono estirpate. Rileggiamo con attenzione.

Esiste una vera e propria diversità fra le persone, una vera e propria alterità: nell’ambito famigliare; nell’ambito professionale; nell’ambito del rapporto con Dio. La pagina genesiaca pone quindi la domanda di fondo, quella domanda che più o meno consapevolmente questa sera ci ha spinto a questa veglia: l’uomo può accettare l’alterità del fratello, dell’altro uomo, di ogni altro uomo?

La narrazione biblica mostra che questa accettazione non è compiuta: "Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise". L’omicidio è la negazione totale dell’altro: il non-volere che esista. Ciò che è importante è verificare accuratamente da dove ha origine questa negazione dell’altro: negazione che raggiunge certamente il suo vertice nell’omicidio, ma che conosce vari gradi, come ci ammonisce Gesù nel Discorso del monte.

Ha origine da ciò che il testo biblico, come avete sentito, chiama "irritazione" e "abbattimento del volto" di fronte al favore di cui gode il fratello, di fronte al suo bene. Carissimi fratelli e sorelle, riflettiamo seriamente su questo punto. Quando l’altro cessa di essere "amico" e diventa "nemico"? quando cominci a temere che il suo bene costituisca il tuo male; quando cominci a pensare che il suo bene impedisca il tuo bene; quando cominci a pensare il fatto stesso che l’altro esista, costituisca un pericolo alla tua realizzazione. Tu riconosci l’altro, quando di fronte a lui tu sei capace di dire: "come è bene che tu ci sia!"; tu lo hai già ucciso quando nel cuore tu dici: "che male è che tu esista!".

"Di questi due amori l’uno è puro, l’altro impuro; l’uno sociale, l’altro privato; l’uno sollecito nel servire al bene comune in vista della città celeste, l’altro pronto a subordinare anche il bene comune al proprio potere in vista di una dominazione arrogante; l’uno è sottomesso a Dio, l’altro è nemico di Dio; tranquilli l’uno, turbolento l’altro; pacifico l’uno, l’altro litigioso; amichevole l’uno, l’altro invidioso; l’uno che vuole per il prossimo ciò che vuole per sé, l’altro che vuole sottomettere il prossimo a se stesso; l’uno che governa il prossimo per l’utilità del prossimo, l’altro per il proprio interesse. Questi due amori si manifestarono dapprima tra gli angeli: l’uno dei buoni, l’altro dei cattivi, e segnarono la distinzione tra le due città fondate nel genere umano sotto l’ammirabile ed ineffabile provvidenza di Dio, che governa ed ordina tutto ciò che è creato da Lui: e cioè la città dei giusti l’una, la città dei cattivi l’altra."

[S. Agostino, La Genesi alla lettera 11,15,20: NBA IX/2, pag. 583]

Ma questo non è tutto. Il testo biblico ci rivela un insondabile radice della violenza inter-umana colle seguenti parole: "il peccato è accovacciato alla tua porta, verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo". Esiste nell’uomo una forza, un misterioso "istinto" a negare l’altro; il peccato – dice Dio all’uomo – ti desidera, ti brama, ti reclama per sé. Esso manifesta verso l’uomo una bramosia di possesso, quasi di identificazione col nostro io. Dirà il Siracide: "il leone si accovaccia alla porta: così il peccato insidia coloro che operano ingiustamente" [27,10].

Ma si dice che sta "alla porta", non dentro. E il "dentro" della nostra persona è la nostra libertà. Essa è ammaliata dalla seduzione di affermare se stessa negando l'altro: è il mistero della nostra caduta originaria dalla verità della nostra vocazione alla comunione interpersonale. Essa però non è intrinsecamente, costruttivamente fatta per odiare, ma per amare: "ma tu dominalo" dice il Signore.

In queste profonde parole è narrata tutta la vicenda umana, intreccio di amore e di odio: cultura della vita, cultura della morte.

2. La pagina genesiaca ci ha condotto alle radici di ogni violenza fra persone umana. La pagina paolina narra l’avvenimento della liberazione del "suolo umano" da queste radici.

E’ Cristo che compie quest’opera: "Egli infatti è la nostra pace". E la realizza "per mezzo della Croce". Il Concilio Vaticano II insegna: "l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l’armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione" [Cost. past. Gaudium er spes 13,1; EV1/ 1360].

La Croce è il simbolo reale della duplice direzione nella quale Cristo è diventato la nostra pace: nella direzione verticale della riconciliazione dell’uomo con Dio; nella direzione orizzontale "abbattendo il muro di separazione che era frammezzo". E’ Cristo crocifisso che innalzato sulla Croce riunisce l’uomo e Dio; e nelle sue braccia aperte unisce ogni uomo ad ogni uomo: "distruggendo in se stesso l’inimicizia". Quale inimicizia? Quella dell’uomo con Dio; quella dell’uomo con l’uomo. L’inimicizia trovava e trova secondo l’apostolo il suo segno più chiaro nella contrapposizione fra ebrei e pagani: religiosa e sociale al contempo. Commentando questo testo S. Tommaso usa un’immagine assai espressiva: "Dobbiamo immaginare il mondo come fosse una grande pianura nella quale si trova una moltitudine di uomini. In essa però è stata innalzata una grande parete così che quella moltitudine appare non un popolo unico, ma due,. Chiunque riuscisse a rimuovere questa parete, farebbe di quella moltitudine divisa in due un solo popolo … Cristo ha rimosso questa parete; non rimanendo pertanto nulla frammezzo, è stato creato un solo popolo" [in Eph Lectio V; ed. Marietti 112].

In che modo ha fatto rovinare questo muro di separazione? Illuminati dalla parola della Genesi sappiamo che è nel cuore dell’uomo che si erge questa parete: è la negazione [del bene] dell’altro che sentiamo dentro di noi come una tentazione ed una seduzione continua. Egli, il Cristo, "è la nostra pace … abbattendo il muro di separazione che era frammezzo … per creare in se stesso, dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace". Colla sua risurrezione, Gesù ricrea l’uomo in Sé come in un secondo Adamo [cfr. 1Cor 15,45] dopo aver posto fine nella sua morte alla stirpe del primo Adamo corrotta dal peccato [cfr. Rom 5,12]. "E così egli ha ricostituito su di una nuova base tutto gli uomini, giudei e gentili, nel suo corpo crocefisso che tutti comprende e regge perché tutti in esso e per esso sono stati riconciliati con Dio" [H. Schlier, Lettera agli Efesini, ed. Paideia, Brescia 1965, pag. 165]. La divisione è stata vinta alla sua radice perché "per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito".

In un solo Spirito : lo Spirito Santo è il vincolo che unisce nella loro infinita distinzione il Padre e del suo Figlio unigenito; lo Spirito Santo è il vintolo che unisce nella diversità dei singoli, le persone umane. La diversità non crea divisione; l’unità non distrugge l’alterità.

Egli ci fa superare teoricamente e praticamente l’errore di pensare che la nostra libertà è tanto più vera quanto più sono le mura che innalziamo per difenderla.

Conclusione

Carissimi fratelli e sorelle, noi siamo nella nostra Cattedrale perché siamo consapevoli della permanente minaccia che viene dal cuore dell’uomo alla comunione interpersonale: da questa consapevolezza nasca la nostra invocazione.

Noi siamo qui perché siamo certi che Cristo è la nostra pace, "colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo". Da questa certezza è nutrita la nostra invocazione e la nostra speranza.

Ma essa deve anche farci uscire di qui con un’immane convinzione: il bene più grande che possiamo fare, il servizio più necessario alla pace è di far sì che la presenza di Cristo invada sempre più il mondo e la società. Non siamo operatori di pace se non siamo missionari del Vangelo: rinunciare alla nostra identità di discepoli ed apostoli di Cristo per favorire il processo di pace fra i popoli, ha lo stesso senso che voler costruire una realtà col suo contrario. Cristo infatti è la nostra pace.