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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Orientamenti di etica medica
Roma, maggio 1983

 

Colla presente relazione mi propongo di individuare alcuni orientamenti deontologici fondamentali della professione medica, non solo alla luce della nostra ragione, ma anche alla luce della fede. Prima, tuttavia, di addentrarmi nel tema specifico, vorrei indicare le ragioni che rendono particolarmente urgente questa riflessione etica e, così al contempo, collocarla nel contesto culturale odierno.

 

1. Le ragioni di una necessità: perché un’etica? 

 

Che l’agire di una persona, l’agire libero di cui la persona è responsabile, debba essere governato interiormente dalla norma morale, è una verità che noi presupponiamo certa e sulla quale non è ora necessario soffermarci. E che, pertanto, anche l’agire del medico come tale, l’esercizio della professione medica, debba essere interiormente governato da norme etiche appropriate, è una conseguenza immediata e necessaria della predetta verità. Del resto, abbiamo una precisa conferma storica: assieme alla medicina è nata un’etica medica.

Che cosa, allora, oggi rende “problematica” l’esistenza di un’etica medica? e, perché — d’altra parte — confusamente esplicitamente, se ne avverte l’urgenza, al punto che presso molte Facoltà di medicina si istituiscono cattedre di etica medica?

 

1,1 La difficoltà di elaborare, oggi, un’etica medica nasce da molteplici fattori. Accennerò solo i principali.

Quando si parla di “etica”, si intende un sapere che ha per oggetto il dover-essere della persona umana: ciò che la verità della persona esige dalla libertà della persona, quando questa compie le sue decisioni, le sue scelte. L’etica, dunque, trova il suo fondamento sulla verità dell’uomo o — il che è lo stesso — sull’antropologia. Quando venisse posto in questione questo fondamento, quando queste fondamenta vacillassero, l’esito dell’etica /delle norme che regolano l’agire della persona/ non potrebbe essere che la sua morte, cioè l’amoralità. Si noti: non ho detto l’immoralità, ma qualcosa di più grave. L’amoralità, cioè un giudizio di non significanza sulla distinzione fra bene e male. In altre parole: alla distinzione fra bene e male si sostituisce quella fra utile e dannoso, piacevole e doloroso, efficace e inefficace. L’immoralità implica ancora che abbia senso parlare di bene o male: l’amoralità nega questo senso.

Tuttavia, la sostituzione delle categorie etiche di bene/male con le categorie dell’utile/piacevole/efficace, porta la soluzione immediata di un problema: utile a chi? piacevole per chi? efficace in ordine a che cosa? dal momento che l’utilità dell’uno non coincide sempre con l’utilità dell’altro e così via. Ed allora, alla norma etica si sostituisce una normativa che nasce da convergenze minime di interessi opposti, da consensi sociali sempre fragili e mutevoli. Donde una permanente insicurezza ed angoscia.

È questa, mi sembra, la situazione odierna dal punto di vista etico: una situazione caratterizzata da un oscurarsi, da un’eclisse della verità sull’uomo. Non sappiamo più chi siamo, mentre vogliamo sapere ciò che ci è utile: voltando le spalle alla luce della verità, l’uomo non può che lasciarsi attrarre dal bene passeggero dell’utilità.

In questo contesto, come si trova una riflessione deontologica sull’esercizio della medicina, una riflessione di etica medica? Prima di tutto, essa si trova privata del suo fondamento proprio. Infatti, ha un senso parlare di un’etica medica, di un sapere cioè che conosce il dover-essere della professione medica, solo se il rapporto fra le persone che essa istituisce (in nuce: rapporto medico-malato) ha in se stesso una sua propria “natura”, una sua propria “dignità”, in una parola, una sua propria verità. Solo in questo caso posseggo un criterio di giudizio per verificare la corrispondenza fra il concreto modo di professare la medicina e il modo con cui questa deve essere professata. Ma, come è possibile sapere come deve essere professata la medicina, se non conosco o se nego la verità di quell’uomo cui la medicina è indirizzata? Privato di questo suo solido fondamento, la professione medica, nella sua stessa definizione, resta sempre esposta ad ogni possibile cambiamento. 

Vorrei mostrare come questa riflessione sia confermata da due fatti soprattutto. Il primo è costituito dall’introduzione della legislazione dell’aborto. Riflettiamo profondamente su questo fatto. Con esso, la professione medica è stata semplicemente mutata nella sua stessa definizione. Ha cessato di essere per la salvaguardia e la promozione della vita, per divenire anche per l’uccisione della vita stessa.

Si noti bene: non è importante che singoli medici si siano rifiutati di accettare questo. Resta questo fatto: ora la professione non è più univocamente orientata alla vita, ma anche alla morte. È, cioè, divenuta una professione che non ha più un suo statuto proprio. Quale giustificazione (si fa per dire) può essere addotta per questo cambiamento? Una sola: così si è deciso secondo procedure legali (Parlamento-referendum). Il che equivale a dire: la professione medica non possiede una sua propria verità, ma essa è ciò che il consenso maggioritario di volta in volta decide che sia. Parlare di un’etica medica non ha più senso, dal momento che non esistono esigenze assolute ed incondizionate, ma solo ciò che di volta in volta si pensa sia più utile. Il secondo fatto è meno grave, ma ugualmente istruttivo. Non avendo la professione medica una sua propria verità e, quindi, non essendo abitata da esigenze assolute ed incondizionate, essa deve essere concepita solo come una delle tante funzioni sociali ed è la società /in concreto: il potere politico/ che ne fissa gli scopi, le prestazioni cui è tenuta, ciò che da essa ciascuno ha diritto di esigere.

Si vede, allora, quale è la reale situazione in cui una riflessione etica sulla professione medica oggi si trova. O essa è giudicata obsoleta e priva di significato e si riduce esaustivamente a ciò che il consenso sociale ha stabilito: o è un discorso sul dover-essere ed allora non si vede dove fondarlo; o è un discorso che deve limitarsi a dire come stanno le cose ed allora è inutile.

 

1,2 D’altra parte, ci troviamo di fronte ad un’altra situazione che ci rende pensosi.

Può l’uomo ignorare, rifiutarsi di conoscere, per sempre, la verità su se stesso? Può l’uomo rimandare per sempre la risposta alla domanda su se stesso? L’uomo ha potuto ignorare per millenni l’intima struttura della materia: può fare altrettanto per quanto riguarda se stesso? Resta oggi il fatto che nel deserto creato dal vento bruciante di ideologie stolte e forsennate, l’uomo chiede con una nuova urgenza l’acqua della verità: della verità su se stesso. Ed è esigenza di un sapere etico che sia vero.

In questo contesto, la necessità di ricostruire una vera etica medica si ripropone come momento essenziale della ricostruzione di una cultura della verità e dell’amore. Per quale ragione? per il fatto semplice e profondo che la professione medica ha a che fare con la persona umana sofferente: colla persona umana, cioè, che vive una delle sue esperienze più misteriose, quella della sofferenza. E la verità di una cultura, in fondo, si misura dal modo con cui pensa — teoreticamente e praticamente — le grandi esperienze umane, quali l’amore, la sofferenza, il lavoro, la morte.

Alla fine, dunque, del primo punto della mia riflessione, è chiaro che cosa esattamente mi propongo: indicare il fondamento ultimo della deontologia medica ed indicarne i momenti essenziali.

 

2. Il fondamento ultimo dell’etica medica

 

Per cogliere, per vedere questo ultimo fondamento è necessario avere chiara una distinzione. Se non si vede questa distinzione, la porta del discorso etico ci resta ermeticamente chiusa. E la distinzione è questa, molto ovvia: il “potere” non si identifica per sé col “dovere”, poiché non tutto ciò che possiamo è lecito moralmente. La distinzione, come si vede, è semplice ed è particolarmente necessario ricordarla, oggi, quando il “potere” dell’uomo si è impensabilmente esteso.

Ma, quale è la ragione che giustifica questa distinzione? Cominciamo col dire che se il “potere” si trova ad essere limitato dal la norma etica, ciò può spiegarsi solo se esso — il “potere” — non è il “primum” a cui ogni altra cosa deve essere subordinata. Ma che cosa significa propriamente questa affermazione? È la risposta a questa domanda che ci introduce nel cuore stesso di ogni riflessione etica, poiché ci costringe teoreticamente a definire rigorosa mente il concetto di libertà.

È ovvio — e su questo, comunque si definisca la libertà umana, c’è consenso unanime — che l’esercizio della libertà umana, e conseguentemente del potere che ad essa ha offerto la scienza, trova dei limiti nel momento stesso in cui la vedo, come devo, inscritta in un dato obiettivo che la libertà riceve. Limiti imposti da “leggi della natura” di cui la libertà non può disporre pienamente. Non è di questo che vogliamo parlare, anzi se questa fosse la prospettiva in cui ci muoviamo, essa finirebbe coll’essere fuorviante. Infatti, il confine fra libertà e “leggi naturali” è un confine sempre in spostamento: ciò che oggi non è in potere della libertà, lo può essere domani. Ed inoltre, risolvere il problema di una definizione della libertà dentro a questo contesto, significa già partire da una definizione, quella secondo la quale la libertà è concepita come potere che si estende fino a che non in contra ostacoli che appartengono ad un mondo non più umano, ma naturale in senso stretto. E la conseguenza logica sarebbe che “liberarsi”/divenire sempre più liberi, coinciderebbe coll’aumentare il proprio potere sulla natura.

[...]

Ma questa definizione di libertà è vera? la libertà è solo questo? o questa libertà è la dimensione essenziale della libertà? Per molte ragioni rispondo che questa definizione di libertà è falsa. Ne esporrò alcune. 

La prima. In questo modo, a ben vedere, la libertà dell’uomo consisterebbe nel possesso, quanto più grande, di un potere (sulla natura): nella messa in atto, in concreto, di una strumentazione tecnica per poter esercitare quella possibilità. Ma, a questo punto, ci dobbiamo chiedere: ma questa strumentazione in vista di quale scopo si deve usare? Ora delle due l’una: o questo scopo è indipendente dalla libertà e si impone colla sua esigenza alla libertà stessa; o questo scopo è fissato dalla libertà stessa. Ma questa seconda risposta è in realtà una mera tautologia.

[...]

Dunque, deve esistere uno scopo per cui si esercita la propria libertà: uno scopo a cui la nostra libertà è ob-ligata. E così, si vede come esiste un “limite” all’esercizio della libertà che non è costituito da un “per il momento” imperfetto dominio dell’uomo sul la natura.

La seconda ragione per cui quella visione della libertà è falsa è la seguente. Se la libertà dell’uomo consistesse nel possesso di un potere di dominio, la libertà consisterebbe ugualmente nell’avere quei mezzi attraverso i quali mettere in atto quel potere. Essa apparterrebbe alla dimensione dell’avere, non dell’essere: l’uomo ha la libertà, non è libero.

Ora la libertà è una dimensione della persona umana come tale: è il suo modo di essere.

Da ciò possiamo scoprire quel “limite” da cui la libertà è obbligata, di cui parlavo poc’anzi. Esso è precisamente l’essere personale. Mi spiego. La libertà è la capacità di realizzare la verità della propria umanità. Essa è subordinata a questa verità. Una subordinazione che, a ben guardare, non distrugge la libertà, ma la fa fonda. L’aria non è un ostacolo all’uccello per volare, ma è ciò che gli consente di volare: la verità, la nostra subordinazione alla verità sull’uomo è ciò che costituisce liberi.

Scopriamo, così, la vera ed ultima ragione per cui non tutto ciò che è tecnicamente possibile è per ciò stesso moralmente lecito. La possibilità tecnica è eticamente praticabile, quando la sua messa in atto rispetta la persona umana nella sua verità intera: la persona di chi agisce e la persona che è il termine dell’azione.

È questo il principio fondamentale ed originario dell’etica medica: l’esercizio della medicina, in ogni suo momento, deve rispettare la dignità della persona e del medico e del paziente.

L’enunciazione pura e semplice di questo principio può generare l’impressione che si tratta di un principio talmente generico da essere suscettibile di ogni applicazione e del contrario. Che cosa significa “dignità della persona umana”? È necessario riflettere profondamente su questa domanda.

“Dignità” indica la preziosità, il valore proprio della persona umana come tale, quella preziosità, quel valore che fa sì che la persona umana sia diversa da e superiore ad ogni altro essere. Che cosa è che costituisce la persona umana nella sua diversità-superiorità? Non è altro che il suo essere persona umana: il fatto che la persona umana è un “chi” (soggetto) e non un “che cosa”(oggetto). E questo essere persona possiede una sua verità, indipendentemente dal fatto che altri lo riconoscono o non. Rispettare la dignità della persona significa rispettare il suo essere persona.

 

3. Orientamenti fondamentali di etica medica.

 

Dobbiamo ora vedere quali sono le esigenze fondamentali di questo rispetto, esigenze alle quali corrispondono i fondamentali orientamenti dell’etica medica.

La persona umana vive la sua vicenda terrena nel tempo: essa ha un’origine, ha una fine e fra questa origine e questa fine corre la sua vicenda. A questi tre momenti corrispondono i tre nuclei essenziali dell’etica medica.

 

3,1 L’inizio: per generazione-per creazione. Questa è la dignità della persona: essere creata immediatamente creata da Dio. Da ciò l’orientamento etico fondamentale: deve essere rispettata questa origine. Donde alcune norme etiche implicate in questo orientamento: illiceità dell’aborto; della sterilizzazione; della contraccezione. E positivamente: la salvaguardia del valore della procreazione responsabile.

 

3,2 La fine: cessa la vita nel tempo ed inizia la vita nell’eternità. Questa è la dignità della persona: essere finalizzata alla vita nell’eternità. Da ciò l’orientamento etico fondamentale: deve essere rispettata questa realtà del morire umano. Donde due norme etiche fondamentali: illiceità dell’eutanasia; illiceità di un vero e proprio “accanimento terapeutico”.

 

3,3 Il tempo intermedio: pluridimensionalità della persona e sua unità. Donde: il corpo è della persona. L’orientamento fondamentale: principio della totalità/principio del duplice effetto.