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Settimana Mariana 1998
OMELIA GIORNATA SACERDOTALE
Cattedrale di Ferrara 8 ottobre 1998

1. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna”. E’ con singolare venerazione e stupore che abbiamo ascoltato questo testo biblico: esso è la più antica testimonianza neo-testamentaria su Maria. In esso Maria viene vista dentro al Mistero dell’economia della salvezza, come vero contesto che ci fa capire il significato della sua esistenza.
 Come sempre l’Apostolo pone il principio di tutta l’economia salvifica nel Padre: nella sua decisione imperscrutabile (“chi mai è stato suo consigliere?”, Rom 11,34b) di mandare il suo Figlio. La redenzione dell’uomo è una decisione che coinvolge ogni Persona divina. Ignazio di Loyola ci consiglia di contemplare
“come le tre Persone osservano tutta la superficie o rotondità di tutto il mondo piena di uomini, e come vedendo che tutti scendevano all’inferno, viene stabilito da tutta l’eternità che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano; e così, giunta la pienezza dei tempi inviano l’angelo san Gabriele a Nostra Signora” (Esercizi Spirituali 102).

 Ma c’è un testo di singolare suggestione che in un qualche modo è l’eco del dialogo intratrinitario durante il quale è stata decisa la nostra Redenzione: mi riferisco all’inno cristologico conservatoci nella lettera ai Filippesi (2,6-11).
 L’iniziativa è del Padre “che prima della creazione del mondo ci ha scelti in Cristo … predestinandoci ad essere suoi figli … nel suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue” (Ef 1,4-7). La decisione del Padre avrebbe dovuto compiersi unicamente nel «sangue» del Figlio. Infatti “era ben giusto che Colui, per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo” (Eb 2,10) che li avrebbe guidati alla salvezza. Il Verbo «doveva» pertanto essere disponibile a spogliare se stesso ed ad assumere la condizione di servo. Egli non ritenne di opporre a questa decisione del Padre le prerogative, i diritti che gli provenivano dal suo trovarsi in una condizione divina: “non ritenne l’uguaglianza al Padre come un possesso da custodire gelosamente”. Rinunciò, in accordo colla decisione del Padre, ai tratti della gloria, alle prerogative e alle manifestazioni della sua condizione divina: “umiliò se stesso”. Quest’accordo, questo consenso del Verbo ad essere mandato è siglato nello Spirito Santo; il Verbo viene umanamente concepito “per opera dello Spirito Santo”.
 Questo disegno concepito dal Padre prima dei secoli, ed accolto dal Verbo nello Spirito Santo, si compie nella pienezza dei tempo, quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).
E’ in questo istante che Maria viene introdotta nel mistero redentivo: nato da donna. Ella viene così posta in una relazione unica con ciascuna Persona divina. Madre in senso vero e proprio del Verbo incarnato, Maria è l’unica creatura che può dire al Verbo col Padre: “figlio mio sei tu, io ti ho generato”. Scrive Agostino:
“Si sa che in Cristo vi sono due natività: quella divina e quella umana. … l’una e l’altra sono meravigliose: la prima è senza madre, la seconda senza padre” (In Joan. Ev. 12,8,10; NBA XXIV, pag. 287).

Un bel testo liturgico bizantino dice:

“Vergine pura, noi ti esaltiamo con cantici, quale castissima dimora del Verbo, ricettacolo della Spirito Santo e oggetto della compiacenza del Padre: per tuo mezzo infatti avvenne il contratto della nostra salvezza” (cit. da Preghiere bizantine  alla Madre di Dio, ed. Morcelliana, Brescia 1976, pag. 31).
 

2. “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. La pagina del Vangelo ci rivela l’animo con cui Maria è entrata nel compimento del mistero redentivo e con cui vi dimorerà sino alla fine. Esso può essere denotato con una sola parola: il consenso. Ella ha consentito ad essere nella «forma» in cui era stata pensata dal Padre in rapporto a Cristo: in Lei l’esercizio della sua libertà coincise perfettamente colla verità del suo essere, definita dalla sua vocazione. Perfettamente libera nella sua verità; interamente vera nella sua libertà. Questo è il consenso mariano espresso da Maria per la prima volta, colle parole evangeliche: “eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto”.

“Come un covone è legato nel centro e si allarga alle estremità, così la vita di Maria è concentrata nel suo consenso; da esso assume un senso e una forma che si prolunga nel passato e nel futuro. Quest’unico punto centrale è insieme ciò che accompagna ogni momento della sua esistenza, che illumina ogni svolta della sua vita, che dà senso particolare ad ogni situazione e dona direttamente a lei una grazia di comprensione sempre nuova in ogni momento. (A. von Speyr, Mistica oggettiva, ed. Jaca Book, Milano 1975, pag. 111).

 Chiniamoci amorosamente sulle parole dette da Maria al fine di coglierne le più profonde risonanza esistenziali! Che cosa chiede ed a che cosa acconsente Maria nel momento in cui entra come attore nel dramma della Redenzione? Che accada nella sua persona (avvenga in me) il contenuto della Parola di Dio (quello che hai detto). Acconsente e desidera che la sua esistenza sia perfettamente coincidente colla vocazione-elezione divina. Poiché questa coincidenza è un evento personale, essa è possibile solo nella e attraverso la libertà. La disponibilità della libertà a far coincidere perfettamente l’esistenza colla vocazione-elezione si chiama obbedienza: “sono la serva del Signore”. In questo modo Maria riceve in dono la libertà divina, lo Spirito Santo, dentro alla propria libertà: “lo Spirito Santo scenderà su di te”. Consenso, obbedienza, libertà: connotano lo stesso mistero, il mistero del cuore di Maria nel mettere la propria persona a disposizione del Padre che manda il suo Figlio “perché ricevessimo l’adozione a figli”. “Nato da donna”: questa nascita ha potuto accadere perché Maria si è messa a disposizione della Potenza dell’altissimo. La nostra salvezza è passata attraverso questa disponibilità di Maria.

3. Dopo aver contemplato il Mistero della redenzione nella Vita trinitaria; dopo aver meditato sulla persona nella quale il progetto trinitario incrociò definitivamente l’attesa umana, la persona di Maria, fermiamoci a meditare sul mistero della nostra persona: mistero grande e degno di ogni venerazione! Esso infatti si mostra a noi solo nel contesto del progetto trinitario e quindi anche straordinariamente in relazione alla persona di Maria. La grandezza della nostra persona nel suo servizio alla redenzione dell’uomo è davvero incommensurabile. Grandezza che Paolo, scrivendo a Tito, così descrive: “apostolo di Gesù Cristo per chiamare alla fede gli eletti di Dio e per far conoscere la verità che conduce alla pietà ed è fondata sulla speranza della vita eterna” (1,1-2).
 Consentitemi, venerati fratelli, di riflettere oggi brevemente con voi sulle modalità esistenziali con cui ciascuno di noi deve “stare dentro” al mistero “nascosto da secoli nella mente di Dio” (Ef 3,9), ora manifestato e a noi affidato: il mistero della redenzione umana. Lo facciamo nello splendore che emana dal consenso dato da Maria al compimento di questo mistero.
 La domanda, profonda e grande, che ogni cuore sacerdotale ben consapevole delle miserie della propria persona, si pone: “come è possibile?” (domanda mariana), equivale alla domanda, profonda e grande, che ogni cuore umano si pone: “che cosa significa essere liberi?” Rimanere dentro al mistero della Redenzione: in che modo? In sostanza, rimettendo totalmente la propria persona alla Volontà del Padre, ponendoci completamente a disposizione di Cristo, lasciando alla guida dello Spirito la nostra esistenza. Dimorare quotidianamente nel Mistero della Redenzione significa rimanere quotidianamente nello stato di colui che si offre totalmente ed è preso definitivamente. Non appena si apre il libro dei conti col Padre per verificare il “dare e l’avere”, si esce dal Mistero della Redenzione.
 Tutto ciò implica un non-voler-poter disporre di se stessi in nessuna maniera, un non-appartenersi-minimamente, il ritenere che il male più grande sia ciò che i Padri chiamavano la «volontà propria». Per noi posti al servizio della Redenzione dell’uomo, essere liberi significa non appartenersi più: “in verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani … e ti porterà dove tu non vuoi”. L’ingresso esistenziale nel ministero apostolico è il passaggio da una condizione nella quale Pietro «andava dove voleva» ad una condizione nella quale Pietro sarà portato «dove non vuole». Ed il Vangelo aggiunge: “questo gli disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio, e detto questo aggiunse: seguimi” (Gv 21,18-19). La morte a noi stessi glorifica il Padre, poiché nella nostra passione e morte è Cristo stesso che muore (“seguimi”) per il nostro popolo. In questo noi realizziamo la nostra verità intera di persone, poiché, come insegna il Conc. Vaticano II, “l’uomo non può ritrovare pienamente se stesso se non attraverso il dono di sé” (Gaudium et Spes 24,4).
 La vera radice della tristezza del cuore è quella di voler custodire una volontà propria, dentro ad un ministero sacerdotale che implica la totale spogliazione di sé. Volendo custodire la propria volontà, comincia a crearsi come una crepa fra il ministero e la nostra persona: questa si ritira in se stessa invece di coincidere sempre più perfettamente colla missione. La persona intristisce ed il ministero si burocratizza. Scrive S. Ireneo:
“Presentagli il tuo cuore morbido e malleabile e conserva la forma che ti ha dato l’Artista, avendo in te l’Acqua che viene da Lui per non rifiutare, diventando duro, l’impronta delle sue dita.
La sua mano, che ha creato la tua sostanza, ti rivestirà d’oro puro o d’argento di dentro e di fuori e ti adornerà così bene che il Re si lascerà prendere dalla bellezza”. (Adversus haereses IV, 39,2; ed. Jaca Book, Milano 1981, pag. 401).

 Venerati fratelli: la vera chiave interpretativa della intera nostra esistenza è la celebrazione dell’Eucarestia. Questa ci spiega il significato intero della nostra vita: factus obbediens usque ad mortem. Infatti “Cristo crocefisso rivela il senso autentico della libertà, lo vive in pienezza nel dono totale di sé e chiama i discepoli a prendere parte alla sua stessa libertà” (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Veritatis Splendor 85 in fine). Bramiamo di morire al peccato, a noi stessi, al mondo, affinché con una vita sempre più conforme al mistero eucaristico, la nostra persona assuma lo stampo e la forma – come la cera della scultura – della donazione (eucaristica) di Cristo.
 Ecco l’ancella del Signore: avvenga in me quello che hai detto. – E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.