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Domenica XXVI per Annum (B)
Ceretolo, 30 settembre 2012


1. Le parole finali della pagina evangelica appena proclamata sono tra le parole più forti, più sconcertanti dette da Gesù. Con esse Egli chiede ai suoi discepoli il rifiuto netto e radicale di ogni convivenza col male. Anche la perdita di ciò che ognuno di noi considera assai prezioso, come la mano, il piede, o l’occhio non è paragonabile al danno che deriva alla persona umana dall’adesione al peccato.

Questi "detti" di Gesù ci comunicano verità profonde a riguardo dell’uomo, e dell’uso che questi può fare della sua libertà. Il bene ha in se stesso e per se stesso l’esigenza incondizionata ad essere attuato, e il male ad essere evitato: costi quel che costi, ci dice oggi Gesù. Il modo attraverso cui il bene è fatto ed entra nel tessuto della nostra vita quotidiana, è uno solo: la scelta e la decisione della nostra libertà. Mediante le sue scelte e le sue decisioni, la persona realizza in esse se stessa; diventa come tale una persona buona o cattiva. Poiché nessuno di noi è totalmente radicato nel bene, né sicuro della sua libertà, Gesù ci insegna che l’adesione al male rovina l’uomo molto di più che la mutilazione di un organo importante del nostro corpo.

Per quale ragione? Non sono forse un poco esagerate queste parole di Gesù? Avrete notato che in esse ricorre per tre volte un’espressione: "essere gettato nella Geenna". Dico prima di procedere una piccola parola di spiegazione. La Geenna è una valle a sud-ovest di Gerusalemme, dove l’empio re Acaz sacrificava i bambini al Dio Molok. Il re Giosia per dissacrare quel luogo vi fece gettare le immondizie di Gerusalemme e perciò il fuoco vi ardeva in continuità per consumarle. Secondo i profeti è in quella valle che i nemici del popolo di Dio saranno distrutti e consumati dal fuoco [Cf. Is 30,27-33; Ger 7,30-8,3]. E così al tempo di Gesù la Geenna denota il luogo di punizione eterna per i malvagi.

Ciò detto, ritorniamo al testo evangelico. Esso ci rivela una grande verità. il destino ultimo, definitivo, eterno di ognuno di noi davanti a Dio è deciso ora dalle scelte e dalle decisioni che prendiamo. Il danno che l’uomo fa a se stesso facendo il male è incommensurabile con ogni altro danno: si mette nella possibilità di essere giudicato da Dio degno della condanna eterna. Questo stato, questa condizione di definitiva auto-esclusione dalla comunione con il Signore, scelto da chi fa il male, viene chiamato dal vocabolario cristiano "l’inferno".

Le parole di Gesù dunque sono un forte appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare della sua libertà, in vista del suo destino eterno. E sono anche un forte appello alla conversione, poiché il non "aver parte alla vita" è la sorte più terrificante che possa capitarci.

2. Cari fratelli e sorelle, celebriamo solennemente il quinto centenario della vostra chiesa; della collocazione in questo luogo della collina della vostra comunità.

La parola evangelica ci aiuta a comprendere il senso di questa celebrazione, poiché ci fa comprendere la ragione ultima della presenza della Chiesa in mezzo a voi.

Abbiamo sentito quanto sia radicale l’esigenza di Gesù dal punto di vista etico. Per Lui l’argomento della salvezza eterna è così grave, che non possiamo accettare compromessi col male. Per questo Egli Dio si è fatto uomo: "per noi uomini e per la nostra salvezza".

Durante questi cinquecento anni che cosa la Chiesa ha fatto in questo luogo mediante i suoi pastori che qui si sono succeduti? Dire l’amore di Dio che ha considerato talmente pericolosa e a rischio di perdizione eterna la persona umana, da venire Egli stesso a guidarci, a guarirci.

E’ questo straordinario evento che durante questi cinquecento anni è continuato ad accadere in mezzo a voi: la presenza di Cristo nostro Salvatore.

Non ci resta che fare veramente nostra la preghiera colla quale abbiamo dato inizio a questa celebrazione: il Signore continui ad effondere su di voi in questo luogo la sua grazia, "perché camminando sempre nel bene, diventiate partecipi della felicità eterna". Così sia.