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Inizio dell'Anno Accademico 2014-2015 dell'Università degli Studi di Bologna
Cattedrale, 29 ottobre 2014


Cari fratelli e sorelle, la pagina evangelica appena ascoltata riferisce la risposta data da Gesù ad una domanda: "Signore, sono pochi coloro che si salvano?". Era una domanda dibattuta nei circoli religiosi ebraici del tempo.

Ascoltando la risposta del Signore, non è difficile costatare che Egli non risponde alla domanda, dicendo che sono pochi o tanti. Porta il richiedente e chi lo ascoltava su un altro piano, il piano dell'attitudine esistenziale che dobbiamo mantenere di fronte al nostro destino finale.

 

Cari amici, che senso ha – domandiamoci in primo luogo – la domanda sulla salvezza? Ha ancora un senso per noi oggi? Queste e simili domande nascono da un altro interrogativo di fondo, che è ineludibile: che cosa possiamo sperare?

A questa domanda c'è chi ha risposto: "Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?" [C. Pavese, Il mestiere di vivere: diario 1935- 1950, Einaudi, Torino 2000; 27 novembre 1945].Ma questa disperata attitudine non è realmente possibile, se vogliamo semplicemente vivere. E chi scrisse quelle parole morì suicida.

Ma è possibile anche leggere tutta la grande impresa della modernità come la risposta a quella domanda. Possiamo sperare una vita vera e buona poiché l'uomo ha uno strumento adeguato per progredire verso una tale meta: la sua ragione e la sua libertà; ha un mezzo potente che progressivamente lo affrancherà dal male: la scienza. Chi oggi nutre ancora questa speranza nel progresso certo? Guardando le cose da vicino, come ha osservato un pensatore del secolo scorso [Th. W. Adorno], il progresso è stato dalla fionda alla megabomba.

Se meditiamo con calma la risposta di Gesù, ci rendiamo conto che possiamo sperare di "sederci ad un banchetto nel Regno di Dio". Questa era un'immagine frequente al tempo di Gesù, il cui significato è il seguente: possiamo sperare di vivere nell'eterno possesso del Bene vero e sommo; in un possesso nel quale il tempo – il prima ed il poi – non esiste più. E' in questa direzione che la risposta di Gesù ci muove a pensare e desiderare. E' quella meta che possiamo sperare di raggiungere.

Ed è precisamente a questo punto che la risposta di Gesù invita chi ha fatto la domanda ["sono pochi quelli che si salvano?"] e ciascuno di noi non a chiederci se sono pochi o tanti quelli che possono sperare una tale condizione eterna: se possono sperare di "sedersi al banchetto nel Regno di Dio". Ma piuttosto Gesù ci invita a considerare come fin da ora possiamo e dobbiamo vivere per essere già sulla strada verso quella meta. Riascoltiamo dunque la risposta di Gesù.

In primo luogo non esistono "raccomandazioni" per la vita eterna, né privilegiati che possono far valere la propria appartenenza etnica, culturale o religiosa: "abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: non so di dove voi siate".

A quale condizione dunque possiamo sperare di entrare al banchetto? Negativamente, non essere "operatori di iniquità"; positivamente, essere operatori di giustizia e di bene, persone che hanno "il cuore puro e mani innocenti".

Un'altra pagina del Vangelo racconta che un giovane si avvicinò a Gesù e chiese: "Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?" [Mt 19, 16 ss]. E Gesù rispose: "se vuoi entrare nella vita [=se vuoi entrare nel banchetto del Regno] osserva i comandamenti". Ecco la vera decisione della vita; la decisione che ci dà il diritto di sperare: fai il bene ed evita il male.

Carissimi giovani, alla fine questa è la grande parola che Gesù questa sera vi dice.

La grande speranza – certezza che, nonostante il terribile potere del male, la vita e la storia umana nel suo insieme sono custoditi dal potere del Bene e dell'Amore, deve darvi la forza di fare il bene: sempre, a tutti; il male, mai, a nessuno. Certamente, il Signore ci aprirà la porta del banchetto per pura grazia, ma il nostro agire oggi nel mondo non è indifferente davanti a Dio, e quindi non è indifferente per la storia nel suo insieme.