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Quarta Domenica di Pasqua (Anno B)
Cattedrale, 29 aprile 2012


1. "Avete ascoltato, fratelli carissimi, attraverso la lettura del brano evangelico, parole che sono di insegnamento per voi, di trepidazione per noi … fu mostrata a noi la via da seguire in disprezzo della morte" [Hom. XIV,1].

"Io sono il vero pastore". Così Gesù inizia oggi il suo dialogo con noi: con una parola di rivelazione della sua identità. "Io sono", dice il Signore.

Ed Egli ci introduce nel mistero della sua identità ricorrendo ad un’immagine molto presente sia nella Sacra Scrittura, sia nella cultura pagana: l’immagine del pastore per indicare colui che ha responsabilità di una comunità.

Ma pur richiamandosi a questa tradizione, Gesù la corregge e la trascende. Lui è il vero pastore, colui che realizza in pienezza tutte le qualità del pastore vero. Quali sono queste qualità? Perché Gesù è l’unico vero pastore?

La pagina evangelica risponde, come abbiamo sentito, nel modo seguente: perché dà la vita per le pecore; perché le conosce ed è da esse conosciuto.

Il vero pastore, in primo luogo, dà la vita per il suo gregge, poiché considera e sente che ogni pecora – ogni discepolo – è qualcosa che gli appartiene, di cui non può non prendersi cura. Il mercenario si prende cura perché è pagato: il gregge è solo un’occasione per ricevere favori, in termini di ricchezza o di onori o di dominio. Il suo prendersi cura è condizionato: a condizione che non sia a rischio lui stesso o il suo onore. Gesù dice: alla fine "non gli importa delle pecore", perché gli importa di se stesso. Mercenario è colui che guida il gregge del Signore non per intima convinzione, ma per avere ricompense umane.

Cari fratelli e sorelle, siamo veramente introdotti da queste parole nel mistero più grande della nostra fede. Veramente Gesù non pose se stesso in cima alle sue preoccupazioni; gli importò delle pecore. Egli, infatti, "pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" [Fil 2,6-8]. Gli importava soprattutto delle pecore, fino al punto che "da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà [cfr. 2Cor 8,9].

Attraverso la commovente figura del pastore siamo oggi introdotti dentro al mistero pasquale come suprema rivelazione dell’amore di Dio manifestato in Gesù.

Ma c’è anche un’altra caratteristica del buon pastore: "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me".

Nel Vangelo secondo Giovanni la parola "conoscere" ha un significato molto profondo. Possiamo cominciare col dire che esso – il conoscere – è implicato nell’amore che dona la vita. Nessuno ama una persona, se non la conosce.

L’inclusione di ciascun uomo nell’amore con cui Cristo dona la sua vita, si trova nel cuore della nostra fede. Fin dagli inizi la Chiesa non ha inteso questo amore solo come un atteggiamento generale o generico, ma come un amore talmente concreto che ognuno, singolarmente preso, ne è oggetto. Ciascuno di noi deve dire con Paolo: "mi ha amato e ha dato se stesso per me". Tutto questo sarebbe possibile se Cristo non avesse conoscenza di ciascuno di noi? Poiché "si tratta di ciascun uomo perché ognuno è stato incluso nel mistero della Redenzione e con ognuno Cristo si è unito per sempre attraverso questo mistero" [Giovanni Paolo II, Lett. Encic. Redemptor hominis 13], ciascun uomo è conosciuto personalmente. Non si tratta di una conoscenza neutrale: è impastata di amore, di un’affezione scolpita nel cuore di Cristo stesso.

2. Gesù, il Signore risorto, continua ad essere presente in mezzo a noi. Egli, salendo al cielo, non ha abbandonato il suo gregge. Nessuno può sostituirlo; nessuno può succedergli.

La sua è una presenza sacramentale, ma reale. Sacramentale significa che Gesù è presente mediante dei segni visibili. S. Agostino insegna che non è Paolo, non è Pietro che battezza: è Cristo stesso.

Cari fratelli e sorelle, i ministri sacri della Chiesa – il vescovo, i sacerdoti, i diaconi – esprimono visibilmente la cura che Cristo ha del suo gregge. E poiché Cristo stesso si serve di loro per agire oggi nella sua Chiesa, essi sono i segni visibili, i simboli di Cristo stesso, i suoi viventi sacramenti. Già S. Paolo scriveva: "ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratore dei misteri di Dio" [1Cor 4,1].

Cari amici, questa è la realtà da cui oggi la Chiesa intera prega per le vocazioni, in particolare quelle sacerdotali: desidera non essere privata di questa presenza del suo Sposo. Il Signore ci risparmi questa assenza.