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Preparazione alla Pasqua per gli studenti, i docenti ed il personale non docente dell’Università di Bologna
Cattedrale di San Pietro, 29 marzo 2012


1. Cari giovani, gentili autorità accademiche, la pagina evangelica appena letta costituisce una delle espressioni più inequivocabili dello "scandalo cristiano". In che cosa esso consiste?

Nel fatto, come avete sentito, che uno, Gesù di Nazareth "che non ha ancora cinquant’anni" dice di aver visto Abramo, e di essere stato visto da lui. Non solo, ma dice che chi osserva la sua parola, "non vedrà mai la morte". Anzi, e qui tocchiamo la massima intensità nello "scandalo", questo uomo che è Gesù, parla di sé attribuendosi il Santo Nome di Dio: "prima che Abramo fosse, Io Sono".

Per provare dentro di noi quel trauma spirituale che uomini pensosi hanno vissuto nei confronti di questo "fatto scandaloso", consentitemi, cari amici, di leggere due testi, uno desunto dall’antichità e uno dalla modernità.

Il primo è di Celso, un filosofo pagano, che per primo scrisse una completa e ragionata confutazione del fatto cristiano redatta probabilmente nel 178. Dice dunque: "Questa è la pretesa dei cristiani [ … ]: un Dio o un Figlio di Dio [ … ] è disceso: idea così vergognosa che non c’è bisogno di un lungo discorso per confutarla" [in Origene, Contro Celso, SCh 136, 192].

Ed ora le parole di un pensatore moderno: "Dal fatto che c’è la differenza infinita qualitativa fra Dio e l’uomo, nasce la possibilità dello scandalo che non può essere eliminata. Per amore Dio diventa uomo, dicendo: vedi che cosa vuol dire essere uomo! – ma Egli aggiunge: guarda bene, perché io sono nello stesso tempo Dio" [S. Kierkegaard, La malattia mortale, in Opere, Sansoni, Firenze 1972, 690].

Ecco, cari giovani, questo è il fatto cristiano. Ridurlo al altro, un mito religioso di cui la ragione deve impossessarsi per svelarne il vero significato o ad un insegnamento sociale, è compiere un’operazione alla fine poco onesta.

2. La pagina evangelica ci invita anche a riflettere sulla reazione dei giudei.

Essa nasce, come riconosce Gesù, da un particolare rapporto con Dio, che genera nell’uomo una conoscenza del mistero divino: "voi dite: è nostro Dio". La religione, in quanto pratica umana, nasconde in sé una grave tentazione: ritenere che essa in un qualche modo diventi "possesso di Dio", e quindi che ci dia il diritto di giudicare ciò che a Dio conviene fare o non conviene fare. In una parola: ridurre Dio alla misura della nostra ragione. È in sostanza la radice della reazione dei giudei, che Gesù mette implacabilmente allo scoperto. "Non lo conoscete … e se dicessi che non lo conosco sarei come voi, un mentitore". È noto che una delle accuse che i pagani rivolgevano ai cristiani nei primi secoli, fu l’accusa di ateismo. Venerano – pensavano - un Dio che non solo non esiste, ma è impossibile che esista.

La conclusione non può essere che una sola: "ora sappiamo che hai un demonio". È il rifiuto esplicito, radicale, della persona di Gesù: l’incredulità nella sua più alta forma. "Idea così vergognosa … ", scriveva Celso; "hai un demonio", dicono i Giudei. È esattamente ciò che costaterà Paolo: "noi predichiamo Cristo crocefisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani" [1 Cor 1, 23].

Ciò che colpisce in questo "scontro spirituale" è che Gesù non cerca un linguaggio più chiaro, più accomodante. Nulla di tutto questo. Egli sa bene che non è un problema di comunicazione. È un problema di sintonia: c’è un atteggiamento di fondo che ti impedisce di capire. È su questo che Gesù insiste.

3. Quale è l’atteggiamento che ti fa vedere che la stoltezza e lo scandalo che è Gesù, è in realtà sapienza e potenza di Dio? È la fede.

Cari giovani, questo non è uno dei tanti problemi: è il problema. Le parole del Vangelo di Giovanni: "e il Verbo si fece carne e venne ad abitare fra noi", sono vere – narrano cioè un fatto realmente accaduto – o sono false? È la fede che ti conduce a pensare che sono vere. La fede è la questione fondamentale della vostra vita, cari giovani.

C’è una pagina del vangelo di Marco di struggente bellezza. Si parla del centurione romano che aveva la responsabilità dell’esecuzione della condanna capitale di Gesù; un uomo dunque pagano, che semplicemente da militare leale stava eseguendo ordini. Avviene qualcosa di straordinario: "Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: veramente quest’uomo era Figlio di Dio" [Mc 15, 39]. Notate bene. Il centurione non crede ascoltando dottrine sublimi o vedendo opere miracolose. Crede, "vistolo morire in quel modo". In che modo? Come mai la morte sulla Croce fu la suprema rivelazione della sua identità? Posso solo balbettare una risposta.

La morte di Gesù è la rivelazione che Dio ama l’uomo di un amore incondizionato, un amore che è offerto all’uomo e lo invita ad un’incomprensibile amicizia. Di fronte ad un amore offerto si hanno solo due scelte: acconsentirvi - rifiutarlo. La prima si chiama fede; la seconda, incredulità. Per l’incredulo questa mendicanza da parte di Dio dell’amore dell’uomo, è vergognosa e indegna di Dio; per il credente è l’unica vera "cifra" del Dio fattosi uomo che lo rende credibile.

Cari giovani, stiamo entrando nella settimana santa: i giorni della rivelazione dell’Amore. Che esso vi sia manifestato, "vistolo spirare in quel modo".