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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Inizio dell’Anno Accademico 2010-2011 dell’Università degli Studi di Bologna
Cattedrale di S. Pietro, 27 ottobre 2010


1. La pagina evangelica inizia con una domanda: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Ad un primo suono, non potrà forse significare molto per voi. In realtà essa esprime un’inquietudine, una domanda che portiamo dentro di noi. Anzi, se facciamo veramente attenzione a noi stessi essa è la domanda che ci costituisce. Vogliate prestarmi attenzione.

Che cosa denota quella parola "salvezza", in primo luogo? Il giudizio positivo, definitivo ed inappellabile sulla propria vita. Mi spiego: la vita può essere vissuta in tanti modi. Il modo con cui Madre Teresa ha vissuto è molto diverso dal modo con cui ha vissuto Adolf Hitler.

La domanda è: alla fine, è lo stesso aver vissuto in un modo piuttosto che un altro? La morte è una spugna che cancella tutte le differenze, così che quanto s’è fatto in vita e come si è vissuto finisce per avere lo stesso valore? Veramente la morte, come dice il poeta, "pareggia tutte le erbe del prato"?

A questa domanda la fede cristiana dà una risposta precisa: Dio giudicherà ciascuno di noi, alla fine della nostra vita; Dio ristabilirà il diritto e non farà sedere indifferentemente alla stessa tavola la vittima e l’oppressore, alla fine dei tempi. E ciò perché giustizia ed ingiustizia non potranno mai coincidere.

Cari amici, quando nel Credo noi diciamo, "di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti", noi proclamiamo la nostra speranza certa: nella storia di ciascuno, nella storia universale non sarà l’ingiustizia a dire l’ultima parola.

Ritorniamo ora alla domanda iniziale. Essa, nella bocca di chi la pone a Gesù, significa: saranno molti o pochi coloro che usciranno dal giudizio di Dio giustificati? Posta così la domanda non ha molto senso, e Gesù infatti non risponde: "saranno molti", oppure "saranno pochi". Egli porta il discorso su un piano completamente diverso.

"Sforzatevi" dice "di entrare per la porta stretta". Cioè: la vera questione non è di sapere quanti saranno salvati o condannati; la vera questione sei tu! Tu devi scegliere la parte della giustizia; tu devi vivere in modo che alla fine si possa dire: "che vita bella e giusta hai vissuto".

Gesù paragona questo modo di progettare la propria vita allo "sforzo di entrare per una porta stretta". Trattasi cioè di una scelta libera, ardua e non facile.

Non contano diritti di appartenenza o privilegi di gruppi. Anzi vi sarà perfino un capovolgimento: "ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno i primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi".

2. Cari amici, la parola di Gesù questa sera vi guida a prendere coscienza della grandezza della vostra vita quotidiana, e della vostra libertà. Voi vivete nel tempo, ma state già costruendo la vostra condizione eterna. Le scelte della vostra libertà configurano il volto che voi avrete nell’eternità, per sempre.

Nello stesso tempo la parola di Gesù questa sera vi guida a prendere coscienza del rischio supremo con cui è confrontata la vostra libertà. Non il rischio di non "passare un esame", di perdere un’amicizia, e così via. Ma il rischio di vivere nel modo sbagliato, e alla fine di aver vissuto invano. La prima e l’ultima parola circa la persona e la sua vita non è detta dall’intelligenza: è detta dalla libertà: "sforzatevi di entrare per la porta stretta".