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Solennità del Natale del Signore - Santa Messa della Notte
Cattedrale di S. Pietro, 25 dicembre 2010


1. La Chiesa celebrando il Natale del Signore durante la notte, intende guidarci alla comprensione dell’evento natalizio come evento di luce.

Abbiamo appena ascoltato la parola del profeta: "il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse". Abbiamo anche ascoltato la narrazione evangelica: "C’erano in quella regione alcuni pastori … Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce".

La luce, come è ben noto a tutti noi, è una potente metafora della conoscenza della verità, che costituisce il desiderio più profondo dell’uomo. Come la luce fisica illuminando i nostri occhi e il mondo circostante consente di muoversi senza pericoli, così la conoscenza della verità ci consente di percorrere il cammino della vita senza perderci.

Ma il nostro stupore diventa illimitato quando ci viene detto chi è la sorgente luminosa, il "maestro di verità" che ci libera dall’ignoranza e dall’errore.

La parola profetica, dopo aver dato l’annuncio dell’accendersi della luce nella nostra notte, aggiunge: "poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio". Ancora più esplicita la narrazione evangelica. Ai pastori avvolti dalla luce della Gloria di Dio viene detto: "questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". La sorgente della luce, colui che insegna all’uomo la verità, è un bambino! E di lui gli angeli dicono ai pastori: "è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore".

Cari fratelli e sorelle, cominciamo ad avere una qualche comprensione del paradosso natalizio – la luce che illumina le nostre tenebre è un bambino – se ci domandiamo: ma quale verità quel bambino è venuto ad insegnarci, quale luce ad accendere nella nostra coscienza?

Lo dice S. Paolo nella seconda lettura: "è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini". Dio è venuto a dirci la verità circa Se stesso. Poiché l’essere divino nella sua profondità è amore, è grazia, è misericordia, Dio è venuto a dircelo col linguaggio più appropriato: non della grandiosità e della potenza, ma dell’umiltà e della semplicità. È questo il nostro Dio, il Dio che è il Bambino nato a Betlemme. Egli non ha voluto regnare su di noi mediante l’esercizio del suo potere, ma la rivelazione del suo amore: "è apparsa la grazia di Dio".

Dio, rivelandoci questa notte la verità circa Se stesso, ci schiude il senso di tutta la realtà in cui viviamo. La realtà cessa di essere per noi "l’acerbo indegno mistero delle cose" [G. Leopardi Le ricordanze 71-72].

La luce di Betlemme diventa perciò sorgente di vera libertà. Tutto ciò che esiste non è frutto del caso irrazionale, e porta in sé indelebilmente la traccia di una Ragione e di un Amore che ordinano e guidano. Diventa "leggibile", dotata di senso perché creata da un atto di amore.

Dalla mangiatoia di Betlemme splende la luce che illuminando il mistero di Dio, illumina tutta la realtà.

2. La luce che è il Dio fattosi bambino rivela anche l’uomo all’uomo: è luce che risplende nella coscienza umana.

La Gloria di Dio avvolse di luce "alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge". Il fatto ha un significato profondo.

Nella società del tempo i pastori erano persone emarginate, prive di dignità. Dio rivela il suo Mistero non ai sacerdoti del tempio; non agli scribi che conoscevano le Scritture; non a chi esercitava il potere politico, ma a chi era privo e di sapere e di potere.

Nello stesso momento in cui Dio rivela Se stesso come Dio che ama l’uomo, l’uomo scopre mediante questa rivelazione divina le verità più importanti circa se stesso. Alla luce di Betlemme si chiarisce definitivamente l’enigma della condizione umana.

L’uomo non si vede più consegnato ad un destino indecifrabile, ma il termine di un atto d’amore divino. Non si vede più come il risultato casuale di una natura in evoluzione governata da leggi impersonali, ma di un atto creativo intelligente e pieno di amore. Nella notte di Natale l’uomo cessa di essere "qualcosa" e diventa "qualcuno". È accaduta, in questa notte, la più grande svolta nella coscienza che l’uomo aveva di se stesso.

Egli viene liberato dalla sua tristezza più profonda, perché si rende conto che Dio si prende cura di lui. Non un Dio che è una lontana causa del mondo, indifferente alla sua sorte, ma un Dio che si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo che la luce di questa notte, la luce che risplende dal Bambino di Betlemme, illumini profondamente la nostra mente: per conoscere il vero Dio e, a partire da Dio, per conoscere poi anche la verità su noi stessi.

Così illuminati potremo "rinnegare l’empietà e i desideri mondani" e "vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo". Così sia.