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Chiusura dell’Anno della Fede
Cattedrale di S. Pietro, 24 novembre 2013


Carissimi fratelli e sorelle, concludendosi l’Anno della Fede, il Signore Gesù illumina la nostra Chiesa e ciascuno di noi in essa, perché questa conclusione sia in realtà l’inizio forte di un nuovo e vero itinerario di fede.

 

1. La seconda lettura è l’orientamento del cammino della nostra vita alla luce della fede. Essa ci indica la stella polare, guardando la quale non ci perderemo anche quando attraversiamo notti oscure.

Qual è questa stella polare? Ascoltiamo: "tutte le cose sono state create per mezzo di Lui ed in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui". La stella polare è Cristo "astro incarnato nelle umane tenebre" [G. Ungaretti].

Nessun’altra luce sia accesa nelle nostre coscienze e nelle nostre comunità che non sia Cristo. Nessun’altra verità interessi il nostro spirito che non sia Lui, il Cristo, la Verità che ci fa liberi. Nessun’altro desiderio in questo momento occupi il nostro cuore che non sia il desiderio di seguire Lui. Nessun’altra fiducia sia per i nostri giorni tribolati che il suo Amore, la sua Grazia. Nessuna medicina per le nostre devastate umanità e desolate solitudini che l’unzione e la carezza della sua misericordia. "Piacque a Dio" infatti "di fare abitare in Lui ogni pienezza".

Alla conclusione dell’Anno della Fede, possiamo fare veramente nostro il canto della Liturgia: "Te, Christe, solum novimus; - te mente pura et simplici – flendo et canendo quaesumus; - intende nostris sensibus" [O Cristo, noi conosciamo soltanto te; tra le lacrime ed i canti impariamo a supplicarti con animo semplice e puro: penetra i nostri sentimenti] [Liturgia delle Ore, I Settimana, Mercoledì - Lodi].

Consapevoli di non "sedere più nelle tenebre e nell’ombra della morte" [cfr. Lc 1, 79], "ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce…", poiché "ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel Regno del suo Figlio diletto".

Quando è accaduto questo trasferimento? nel momento del nostro battesimo, che abbiamo ricordato all’inizio della celebrazione. La porta che durante l’Anno della Fede è stata collocata in fondo alla nostra Cattedrale e proprio davanti al fonte battesimale ci ha ricordato che il Battesimo è la porta attraverso la quale usciamo dal regno e dal potere delle tenebre ed entriamo nel Regno di Cristo Gesù.

La prima lettura ci aiuta ad avere una profonda comprensione del nostro Battesimo.

Essa, come avete sentito, narra il passaggio delle dieci tribù di Israele sotto il Regno di Davide. Il passaggio è dato da un’alleanza siglata davanti al Signore fra le tribù e Davide. Che cosa sta alla base di questo atto? Una convinzione: "ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne".

Quale potente prefigurazione del nostro Battesimo! "Non sapete" ci dice l’Apostolo Paolo "che i vostri corpi sono membra di Cristo?" [1Cor 6, 11]. Ed ancora: "Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra" [1 Cor 12, 27].

"Ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne", dicono a Davide le tribù di Israele. Noi, in forza del nostro Battesimo, dobbiamo dire: "i nostri corpi, o Cristo, sono tue membra; noi siamo, o Cristo, tuo corpo e tue membra". Siamo definitivamente incorporati a Cristo. E quindi: "se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo". Ma se per somma disgrazia, "noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" [2 Tim 2, 11-12a. 13].

2. La pagina del Vangelo appena proclamata ci introduce dentro al grande dramma della storia, all’interno del quale l’itinerario della fede ci fa dimorare quotidianamente.

La raffigurazione di questo dramma è fatta dalla pagina evangelica con una potenza straordinaria. Al centro dell’azione sta Gesù, il Crocefisso. Attorno a Lui stanno in cerchi concentrici l’autorità religiosa, l’autorità politica rappresentata dai soldati, e il disperato che ha separato la sua miseria dal Signore. Tutti e tre urlano la stessa cosa: "se sei re, salva te stesso". Cioè: l’esercizio del potere è pensato da tutti al servizio di se stessi. E’ impensabile invece che il rifiuto di porre se stessi alla cima delle proprie preoccupazioni, sia il segno di potenza regale.

Cari fratelli e sorelle: siamo al cuore del dramma umano e della storia. E’ lo scontro fra il potere e l’amore; fra l’affermazione di sé ed il dono di sé; fra l’egemonia e la testimonianza.

La povertà regale del Crocefisso, il suo regale amore e la sua regale libertà sono sempre al servizio. Dio si è fatto uomo per farsi servo di ogni uomo e, perfino sulla Croce, non ebbe paura che in questo la sua potenza venisse diminuita.

Uno dei ladroni ha capito questo. Egli quindi ha unito la sua miseria alla passione di Cristo, e si è salvato.

Cari fratelli e sorelle, fra poco io darò ad un sacerdote ed una giovane donna la Croce, e li invierò come missionari del Vangelo. Vedete? Posseggono solamente la Croce. Devono semplicemente dire all’uomo: ecco come Dio ti ama; ecco fino a che punto Egli si è interessato di te; "ecco come Egli ha rinunciato alla sua Gloria e alla sua potenza "per riedificare umanamente l’uomo"" [G. Ungaretti]. La loro forza sarà solo la testimonianza ad un Amore senza limiti.

 

Alla conclusione della nostra celebrazione, consegnerò il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica ai rappresentanti dei vari aspetti della missione della Chiesa. Vedo in loro ciascuno di voi, fratelli e sorelle laici, chiamati ad ordinare le realtà del mondo secondo il Regno di Cristo.

Partite da questa celebrazione tenendo nelle mani, nel cuore e nella mente la fede della Chiesa, e testimoniate con coraggiosa mitezza che l’uomo è fatto per Cristo.

Solo "quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi" [Is 40, 31].