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Solennità di Pentecoste
Cattedrale, 24 maggio 2015


Ogni solennità cristiana è memoria di un fatto accaduto nel passato; è evento che accade ora fra noi discepoli di Gesù; è attesa che quanto è ricordato e vissuto raggiunga la sua pienezza nella vita eterna.

1. Partiamo dunque dalla prima domanda: quale fatto noi ricordiamo in questa celebrazione? Il fatto narrato nella prima lettura. Lo Spirito Santo viene donato ai discepoli del Signore, coloro che avevano vissuto con Lui durante la Sua vita terrena. Essi cominciano ad “annunciare le grandi opere di Dio”, parlando ovviamente la propria lingua. Tuttavia, gente venuta da ogni parte del mondo allora conosciuto li comprendono perché li sentono parlare nella propria lingua, senza, diremo oggi, traduzione simultanea.

Per comprendere meglio che cosa è realmente accaduto, dobbiamo rifarci ad un’altra pagina biblica, la narrazione della costruzione della torre di Babele. Gli uomini volevano costruire una città, una società umana prescindendo dalla relazione con Dio. La confusione delle lingue che ne consegue significa l’impotenza dell’uomo a costruire una comunione tra gli uomini che non si riduca a vuote parole.

Alla luce del racconto della torre di Babele comprendiamo l’evento di cui oggi facciamo memoria. E’ iniziata dentro l’umanità la costruzione di una vera comunione fra le persone: vera, perché donata dall’alto, per opera dello Spirito di Gesù e l’annuncio apostolico delle grandi meraviglie di Dio. E’ posto il seme dell’unità nel terreno dei conflitti umani.

2. La celebrazione che stiamo vivendo rende attuale l’evento accaduto duemila anni orsono. Mediante la fede noi diventiamo contemporanei ad esso.

Ed infatti la condizione attuale in cui versa la persona umana nel suo tentativo di costruire un sociale umano, è una condizione di solitudine. Nelle nostre società occidentali siamo diventati così schiavi del provvisorio, da pensare che in fondo non siamo capaci di definitività. L’introduzione recente nella nostra legislazione del divorzio breve lo dimostra tragicamente. Ed esaltiamo la nostra incapacità di istituire relazioni vere, buone, definitive una scelta di civiltà!

Se poi guardiamo ai sistemi economici, agli Stati e alle città, in essi le relazioni interpersonali si sono ridotte a provvisorie convergenze di interessi opposti, a coesistenze di opposti egoismi.

Solo il dono dello Spirito introduce nel tentativo umano di costruire relazioni vere e giuste, la forza unificante dell’amore. Dentro la città degli uomini oggi scende lo Spirito, costruttore di una civiltà e di una città dell’amore. Sono due forze che si intrecciano e si combattono dentro la nostra vicenda umana, personale e sociale. E’ un vero combattimento.

3. Quale sarà l’esito di questo scontro? Fra gli scritti del Nuovo Testamento ve ne è uno che si chiama Apocalisse: è l’ultimo libro della Bibbia. Esso descrive gli avvenimenti finali. Finali non in senso cronologico, ma nel senso di mostrarci verso quale “finale” stiamo andando: qual è il cammino, l’orientamento verso cui si muove il dramma della vicenda umana.

Il libro ci presenta due città indicate con nomi simbolici: Babilonia e Gerusalemme. L’una costruita dall’uomo, l’altra che “discende dall’alto”; l’una che sarà distrutta, l’altra che rimarrà per sempre.

Come possiamo noi collocarci dentro a questa vicenda? Costruiremo Babilonia o Gerusalemme? La risposta la troviamo nella seconda lettura. L’Apostolo ci dice: “se nella tua vita quotidiana ti fai guidare dallo Spirito, costruisci Gerusalemme; se dal tuo egoismo, costruisci Babilonia. Le opere di chi si fa condurre dallo Spirito sono: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Le opere che costruiscono Babilonia sono: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatrie, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosie, dissensi, divisioni, fazioni, invidie.

Cari fratelli, ogni celebrazione liturgica è anticipo, attesa, desiderio della Gerusalemme celeste. Preghiamo perché il dono dello Spirito faccia di noi costruttori della città di Dio.