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IV Domenica di Avvento
San Domenico Savio, 23 dicembre 2006


Nelle tre settimane di Avvento appena trascorse, abbiamo imparato alla scuola di Giovanni il Battista come vivere le nostre giornate: "in attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo". Grande lezione quella che impariamo durante queste settimane di Avvento! Impariamo a vivere lo scorrere delle nostre giornate non come se fossimo trascinati da una corrente vorticosa che ci trascina verso la morte, ma "con giustizia e pietà", ben sapendo che colle scelte compiute in questa vita noi decidiamo la nostra eternità.

In questa domenica, ultima di Avvento, la parola di Dio ci invita per così dire a guardare, a contemplare quell’avvenimento che accaduto dentro il tempo, ci consente di vivere "con giustizia e pietà". Ascoltiamo la seconda lettura.

1. "Entrando nel mondo, Cristo dice: tu non hai voluto né sacrifico né offerta, ma un corpo invece mi hai preparato". Ecco l’istante che ha cambiato tutto: l’istante in cui l’eternità ha fatto irruzione dentro al tempo, "il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua dimora fra noi". E’ a causa di questo "ingresso" (entrando nel mondo) che "noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre".

Con queste parole viene anche indicato il motivo per cui il Figlio di Dio si fa uomo: sacrificare se stesso per la salvezza dell’uomo. Che cosa l’ingresso di Gesù nel tempo ha reso possibile a ciascuno di noi? Riascoltiamo attentamente la Parola di Dio: "Dopo aver detto … per stabilirne uno nuovo". In Cristo - Dio venuto ad abitare dentro al tempo - noi possiamo avere accesso alla vera vita.

2. "Entrata nella casa di Zaccaria, (Maria) salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo".

Il racconto del Vangelo è il racconto di come ciascuno di noi può avvertire, sentire, percepire la presenza di Dio fattosi uomo.

Il racconto della visitazione di Maria a sua cugina Elisabetta è come l’anticipazione di ciò che può verificarsi in ciascuno di noi: la visita che Dio ci fa. E’ per questo che è una pagina di straordinaria importanza, di cui non ci deve sfuggire nessun particolare.

Dio è già entrato nel mondo: è già stato concepito da Maria e si trova ancora in Lei come in un tempio santo. Elisabetta non ne sa nulla: ella ha in sé, nel suo cuore, solo il desiderio, l’attesa. Un desiderio ed un’attesa che si è come incarnato in quella persona che pure Elisabetta porta in seno: Giovanni Battista.

Uomo e Dio sono di fronte, nella carne: il desiderio e il desiderato, l’attesa e l’atteso. E’ da notare che Dio è di fatto cugino di Giovanni Battista. Ormai "entrando nel mondo", Dio si è fatto parente dell’uomo: sono nella e della stessa carne.

Come avviene il riconoscimento? "Appena ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo". L’uomo sente in quella voce che augurava pace, che l’attesa è compiuta, il desiderio realizzato. E quale è l’effetto? sussultò. La presenza di Dio ci fa trasalire nel profondo: da questo lo riconosciamo ("appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia"). E’ un incontro vero: perché è atteso, perché è accolto, perché produce nel cuore la vera gioia

3. Miei cari fedeli, sono venuto a celebrare con voi i divini Misteri per ringraziare il Signore dei cinquant’anni di questa parrocchia. Alla luce della Parola appena ascoltata questo anniversario rivela tutto il suo significato.

La parrocchia, miei cari, è il luogo in cui ciascuno di voi è inserito dentro la Chiesa. E la Chiesa è la presenza continuata di Cristo in mezzo a noi. Ciò che ha fatto Maria nei confronti di Elisabetta, lo fa la Chiesa nei confronti di ogni uomo. Maria ha portato Gesù nella casa di Elisabetta: la Chiesa porta Gesù nella vita dell’uomo: lo rende presente. È per mezzo di Maria che Elisabetta sente la presenza di Gesù e lo incontra realmente; è per mezzo della Chiesa che l’uomo può "sentire" la presenza di Gesù ed incontrarlo realmente.

Quando dico "Chiesa" non pensate, miei cari, ad una realtà evanescente, indeterminata, lontana. Concretamente la Chiesa è per voi la vostra parrocchia. È nella vostra parrocchia che Gesù viene incontro a voi e voi potete incontrare Lui. Sul vostro bollettino parrocchiale avete espresso molto bene tutto questo, scrivendo: "Il patrimonio del nostro vissuto parrocchiale non è semplicemente una storia di persone e di avvenimenti che hanno segnato la vita della comunità, ma anche una storia di grazia che ha portato la parrocchia al cuore del quartiere come segno di una presenza di salvezza". È detto tutto, miei cari.

Che la celebrazione del cinquantesimo sia veramente una occasione di grazia, per prendere coscienza più profonda della vostra appartenenza alla Chiesa, della vostra corresponsabilità in essa, in uno spirito di vera fraternità e comunione nel Signore.