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XXX DOMENICA PER ANNUM (C)
Sant'Eugenio, 24 ottobre 2010


1. Cari fratelli, cari cresimandi, la pagina evangelica confronta due persone: un fariseo e un pubblicano. Vengono messi a confronto quanto al loro modo di porsi in rapporto con Dio. Potremmo dunque dire: sono messi a confronto due modi di porsi davanti a Dio e a se stessi.

Vediamo prima il modo del fariseo. Se avete prestato attenzione, avrete notato che egli davanti a Dio parla solo di se stesso; racconta ciò che fa, e, per mettere meglio in risalto il suo comportamento, lo confronta con quello degli altri. In fondo, questo uomo non ha bisogno di Dio. È superfluo richiamarsi a Lui e affidarsi al suo aiuto. Col suo agire retto basta a se stesso: si giustifica da solo.

Vediamo ora il secondo modo, quello del pubblicano. Egli sicuramente pone gli occhi su se stesso, ma lo fa nella luce della santità di Dio. Vedendo se stesso in questa luce, la sua preghiera non può non essere che richiesta umile di perdono. Comprende che ha bisogno della misericordia di Dio per poter vivere una vita retta.

Cari fratelli, cari cresimandi, la pagina evangelica ci dona un insegnamento di fondamentale importanza per la nostra vita. Essa ci illumina circa il nostro rapporto con Dio in relazione alla nostra vita quotidiana. Ci può essere di aiuto quanto l’apostolo Paolo ci ha detto nella seconda lettura.

L’Apostolo è arrivato alla fine della sua vita: "è giunto il momento" dice "di sciogliere le vele". Egli fa come un bilancio della sua vita: "ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede". È consapevole di essere stato fedele, di aver agito con rettitudine. Ne è così convinto che dice: "ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno".

Cari fratelli, fermiamoci un momento. Alla fine della nostra vita, quale sarà il bilancio che dovremo farne? La vita può essere vissuta bene e può essere vissuta male. Ma la distinzione fra ciò che è bene e ciò che è male non coincide colla distinzione fra ciò che è utile e ciò che è dannoso; fra ciò che è piacevole e ciò che è doloroso. Il fariseo non è condannato perché ha agito bene, o perché dice di aver agito bene. La cosa, cari amici, è più profonda.

Il vero male dell’uomo è di ritenere che, alla fine, tutto dipende dall’uomo medesimo: "io non ho bisogno della presenza di Dio nella mia vita ed ancor meno del suo perdono". Dio è superfluo. Basta il proprio agire.

Scrivendo ai cristiani di Corinto l’Apostolo afferma che è la grazia di Dio la ragione e la sorgente di tutta la sua attività. E questa sera ci dice: "il Signore … mi è stato vicino e mi ha dato forza … Il Signore mi libererà da ogni male".

Dunque, cari fratelli, è questa la parola che il Signore ci dice: non vantarti di te stesso; non appoggiarti su te stesso; è Dio il tuo vero fondamento: sempre, colla sua grazia e col suo perdono.

2. Cari cresimandi, ora una parola solamente per voi. Il dono che state ricevendo è molto grande. Per riceverlo consapevolmente vi siete preparati. Una volta che lo avrete ricevuto, non consumatelo, non dilapidatelo sconsideratamente.

La Cresima che ora riceverete non segni il distacco dalla vostra comunità parrocchiale. Ora inizia il vostro grande cammino alla sequela di Gesù. La vostra fede deve diventare ogni giorno più consapevole, continuando a frequentare i vostri incontri formativi.

Avete sentito che cosa dice di sé l’apostolo Paolo: egli è stato fedele al Signore. Che vita grande è stata la sua! Così può essere la vita di ciascuno di voi. Questa sera fra poco riceverete lo Spirito Santo per vivere "alla grande" la vostra vita. Così sia.