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DEDICAZIONE CHIESA CATTEDRALE
23 ottobre 2008


1. "Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente". La Parola di Dio che ci viene detta nella seconda lettura attraverso le parole della Lettera agli Ebrei, ci introduce nella permanente realtà del nostro essere la Chiesa di Dio. È la nostra condizione solida e bene edificata che ci viene svelata, e di cui questo tempio è il simbolo.

La Gerusalemme celeste è la Dimora eterna di Dio, la città il cui costruttore ed architetto è Dio stesso. Noi siamo entrati in questa Dimora, e siamo diventati "concittadini dei santi e familiari di Dio" [Ef 2,19 b]. Noi che abitavamo in una regione lontana, siamo "diventati i vicini grazie al sangue di Cristo" [Ef 2,13 b]. In Cristo, entrato colla sua risurrezione nella Gloria divina, ciascuno di noi è stato introdotto nella città del Dio vivente.

La nostra cittadinanza celeste ci procura la concittadinanza con chi prima di noi o con noi si è accostato al monte Sion e alla città del Dio vivente. In primo luogo "a miriadi di angeli", perché la Dimora di Dio è abitata da loro. Sono i nostri amici, "incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza" [Eb 1,16]. "All’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli". Oltre agli angeli, sono questi i nostri concittadini ed amici: tutti i santi, coloro che hanno amato il Signore fino al dono della vita.

Una descrizione più accurata della città del Dio vivente la Parola di Dio ce la offre nel libro dell’Apocalisse: "Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole né della luce della luna perché la Gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello" [Ap 21,22-23].

L’evento che ha cambiato per sempre la nostra condizione umana è che noi ci siamo accostati "al Dio giudice di tutto… al Mediatore della Nuova Alleanza, al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quella di Abele". Questo è il fatto veramente nuovo che ha costituito la Gerusalemme celeste, la Sposa dell’Agnello, la santa Chiesa: Dio e l’uomo hanno cessato di essere distanti ed estranei, ma in Cristo, Dio si è avvicinato all’uomo perché l’uomo potesse accostarsi a Dio.

Questa è la realtà della nostra condizione umana: la Chiesa, la città del Dio vivente. Ogni altra appartenenza è transitoria; quella rimane in eterno.

Il Concilio Vaticano II insegna: "Tutti [= intende noi pellegrini sulla terra, i defunti, e i santi del cielo] … in gradi e modi diversi, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Infatti coloro che sono di Cristo e ne possiedono lo Spirito formano tutti insieme una sola Chiesa, congiunti fra di loro in Cristo [in unam Ecclesiam coalescunt et invicem coherent in ipso (Eph 4,16]" [Cost Dogm. Lumen gentium 49: EV 1/419]. Colla sua solita limpida profondità, Tommaso scrive: "Est alius status Ecclesiae nunc et tunc, non tamen est alia Ecclesia" [Quodlib. XIII, q.13, a.19, ad 2um].

Possiamo ricordare un testo mirabile di S. Ilario: "Dimoriamo ora nella Chiesa, la Gerusalemme celeste, per non vacillare in eterno. Dimorando infatti in questa, dimoreremo anche in quella, poiché questa è forma di quella: "Conosciamo infatti in parte e in parte profetiamo. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia". Come questa è celeste, anche quella è celeste; come questa è Gerusalemme, anche quella è Gerusalemme; quella è la Chiesa della moltitudine numerosa degli angeli, ma è anche la Chiesa dei primogeniti, la Chiesa degli spiriti fondati nel Signore. Quindi, dobbiamo essere radicati nello Spirito, permanere tra coloro che abitano in questa Chiesa, non andare qua e là, come fu detto a Mosè: "Tu invece resta qui con me". Guardiamoci dall’essere instabili nel correre, incerti nel cammino, portati qua e là dal vento di una vuota dottrina. Rimarremo infatti stabili per sempre, se staremo fermi, senza tentennamenti" [In ps.124, n.4; Commento ai Salmi/ 3, Cned, Roma 2006, pag. 73-74].

Lo stesso Concilio poi ci insegna quando esprimiamo in grado eminente questo mistero della fede: "La nostra unione con la Chiesa celeste viene attualizzata nel modo più nobile, quando cantiamo in comune esultanza le lodi della maestà divina, specialmente durante la Sacra Liturgia… Perciò quando celebriamo il sacrificio eucaristico veniamo uniti in somma intensità al culto della Chiesa celeste…" [ibid 50,4; EV 1/423].

È questa la sublime dignità dell’azione liturgica: un frammento di Cielo caduto in terra. Non dimentichiamolo mai, anche nella più umile e nascosta delle nostre chiese, anche nella recita fatta da soli della Liturgia delle Ore. Dentro alla fatica del nostro vivere quotidiano [e chi non fa fatica a vivere?] non dimentichiamo mai che esso è radicato già nella sublime grandezza dell’eternità: inchoatio vitae aeternae [S. Tommaso d’A.]

2. Ma in questa meditazione sulla Chiesa, guidati dalla Parola di Dio, non possiamo tacere il senso che ha il nostro ministero sacerdotale.

Un testo mirabile dell’inno dei secondi vespri ci mette sulla strada: "Tunsionibus, pressuris/ expoliti lapides/ suis coaptantur locis/ per manum artificis;/ disponuntur permansuri/ sacris aedificiis".

Siamo i costruttori della comunità cristiana mediante la predicazione del Vangelo e la celebrazione dei santi Misteri. Ciascuno di noi è quell’artefice di cui parla l’inno liturgico, che con la sua mano sapiente dispone nel proprio luogo ogni pietra pulita dal sangue di Cristo: ognuno di noi cioè è il grande educatore dell’uomo. E noi non lavoriamo ad un’opera destinata a passare, a costruire un edificio destinato a perire. Noi lavoriamo, edifichiamo per l’eternità: siamo i costruttori dell’eterno. Dentro alle disgregate e periture città dell’uomo noi costruiamo "la città del Dio vivente"; dentro al dramma quotidiano del faticoso vivere umano facciamo accadere il miracolo della "beata pacis visio".

"Com’è bello vivere! – e come è immensa la gloria di Dio" [P. Claudel, L’annuncio a Maria, Rizzoli, Milano 2001, pag. 167