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Domenica XXV per Annum (B)
SS. Agostino e Monica, 23 settembre 2012


1. Cari fratelli e sorelle, la parola di Dio oggi è un forte invito a riflettere seriamente sulla radice di tutti i nostri mali. Cominciamo dalla seconda lettura.

"Dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorte di cattive azioni". "Gelosia" e "spirito di contesa" significano ultimamente volontà, desiderio di supremazia sugli altri: il voler essere più degli altri. Quando ciò non si realizza, ci dice ancora l’apostolo Giacomo, "invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra". In breve, ci insegna la parola di Dio, "da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?".

E’ un quadro del nostro vivere associato molto oscuro, ma penso che lo riteniamo molto realista. Non solo, ma in questa condizione l’uomo vive male; non può vivere una buona vita.

Nello stesso tempo però noi tutti, ciascuno di noi si ritrova in ciò che già diceva un poeta antico: siamo fatti per amare, non per odiare. Il rapporto cogli altri, l’avere relazioni buone e virtuose cogli altri è un’esigenza inscritta nella natura stessa della nostra persona. Per natura non siamo dei solitari; per natura desideriamo non semplicemente vivere, ma con-vivere.

Il segno più chiaro che siamo fatti in questo modo, è il fatto che la persona umana è uomo e donna: non è, la persona umana, uni-forme, ma bi-forme. E’ solo nella comunione dei due che si esprime la pienezza della nostra umanità.

Dunque, cari fratelli e sorelle, la parola di Dio oggi ci rende consapevoli di un fatto: non siamo come desidereremmo essere. Meglio: il nostro modo di con-vivere contraddice ciò per cui ci sentiamo fatti. E stiamo male; e viviamo giorni tristi.

Non pochi hanno pensato che questa condizione umana – la condizione di un’infelice convivenza – potesse essere guarita da una migliore organizzazione sociale. E’ stata ed è una illusione: è l’uomo che è malato; è il cuore della persona che ha bisogno di essere guarito.

Avete sentito che l’apostolo Giacomo parla di una "sapienza che viene dall’alto". Di una sapienza cioè che non è a portata dell’uomo, che non è frutto degli sforzi dell’uomo. E’ di questa sapienza ciò di cui l’uomo ha bisogno per essere guarito dalla sua "gelosia e spirito di contesa", e "dalle passioni che combattono nelle sue membra". Infatti trattasi di una sapienza che "è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia". E quindi chi ne viene in possesso diventa puro, pacifico, mite, arrendevole, pieno di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincero. Dove è questa sapienza? A quale scuola dobbiamo iscriverci per venirne in possesso? Su quali libri la si impara? Mettiamoci ora in ascolto del Santo Vangelo, e troveremo la risposta alle nostre domande.

2. Gesù "istruiva … i suoi discepoli e diceva loro: il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà. Essi però non comprendevano queste parole". Noi oggi siamo in grado di comprendere meglio di quanto allora non comprendessero i discepoli. Gesù parla del Sacrificio della Croce: del dono che Egli ha fatto di se stesso nella sua morte. L’apostolo Giovanni introduce il racconto della passione del Signore colle seguenti parole: "avendo amato i suoi li amò sino alle fine". Non solo nel senso cronologico, ma nel senso che li amò con una misura tale da non potersi pensare una più grande. La conclusione del racconto della passione, sempre secondo Giovanni, è ancora più drammatica: un soldato aprì il costato al Signore, e ne uscì sangue ed acqua.

Cari fratelli e sorelle: questa è la sapienza che viene dall’alto. E’ Gesù crocifisso che dona se stesso a ciascuno di noi: la sapienza dell’amore, la sapienza che risplende nella logica della donazione di sé.

Quale è la scuola cui dobbiamo iscriverci per venirne in possesso? E’ la contemplazione del sacrificio di Cristo, al quale partecipiamo mediante i santi sacramenti significati dall’acqua e dal sangue usciti dal costato del Signore. Unendoci a Gesù mediante la fede ed i sacramenti, la "sapienza che viene dall’alto" entra in noi e ci trasforma, rendendoci capaci di vivere una buona vita associata.

Avete sentito che cosa dice Gesù, la "Sapienza che viene dall’alto": "se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti". Non è solo un comandamento che ci è dato: non saremmo capaci di osservarlo. E’ un dono che ci è fatto: dipende da noi se farne uso o non.

3. Ciò che Gesù ed il suo apostolo Giacomo ci hanno detto, lo vedete significato in questo edificio che fra poco dedicheremo definitivamente alla celebrazione dei santi misteri.

Esso è il simbolo della comunità che in esso si raduna; in ultima analisi, della Chiesa di Cristo. Come questo edificio si regge interamente sui legami fra le sue singole parti, secondo le leggi della scienza delle costruzioni, così la Chiesa di Cristo si regge sul legame fra le varie sue membra, secondo la legge che oggi Gesù ci ha insegnato: la legge della carità.

Preghiamo perché ciò che celebriamo nel mistero non sia solo significato dall’edificio, ma sia sempre realizzato nella vostra comunità ecclesiale.