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Celebrazione Eucaristica per la Serva di Dio Maria Bolognesi
Bosaro, 21 ottobre 2011


1. Cari fratelli e sorelle, sono lieto nel Signore potendo celebrare con voi la Santa Eucaristia. Ci legano infatti ricordi di fraterna condivisione di momenti assai drammatici e dolorosi. Condivisione voluta e guidata dal Cardinale Giacomo Lercaro di v. m., ed in lui da tutta la Chiesa di Dio in Bologna.

Popolo nobile come siete e provato da secoli di fatiche e di dignitosa povertà, avete voluto che anche la vostra città fosse segnata dal ricordo di quella condivisione. Vi sono grato per l’invito fattomi a venire fra voi, per mantenerlo vivo.

Ma a questi motivi di letizia nel Signore oggi se ne aggiunge uno particolare: il dono che ci fa attraverso l’apostolo Paolo di una parola stupenda ascoltata nella prima lettura. Essa infatti ci rivela l’atto redentivo di Cristo in tutto il suo splendore.

In primo luogo l’Apostolo si rifà ad una esperienza che ciascuno di noi vive quotidianamente. La narra semplicemente nel modo seguente: "io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". Se vogliamo essere sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscerlo. Quante volte ci capita di vedere colla nostra ragione ciò che è bene, ciò che è giusto. E poi facciamo il contrario: neghiamo colla scelta della nostra libertà ciò che abbiamo riconosciuto colla nostra retta ragione. Ascoltiamo ancora San Paolo: "io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me".

Questa intima scissione, vera e propria spaccatura della nostra persona, è il nostro male più profondo. Esso infatti sfregia la nostra persona e ne deturpa la dignità. L’Apostolo infatti esclama: "sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo di morte?". È il grido di chi si sente schiavo della peggiore schiavitù, quella di non riuscire a fare il bene; è il grido di chi invoca chi lo liberi da questa incapacità.

Questo grido non è caduto nel vuoto: "siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore". La risposta di Dio al nostro grido di liberazione è Gesù. Egli colla sua grazia libera la nostra libertà dalla incapacità di fare il bene.

2. Cari amici, fino a quali profondità giunge l’atto redentivo di Cristo? la Sacra Scrittura usa immagini molto forti per farci comprendere la potenza della grazia di Cristo. Essa parla di una nuova creazione: la grazia di Cristo ci ricostruisce dalla radice e diventiamo creature nuove. La Scrittura dice che la grazia di Cristo ci ri-genera; è una vita nuova che rifluisce in noi. La Tradizione cristiana ha riassunto tutto questo con una sola parola: santità.

Che cosa è la santità? È il trionfo pieno della grazia redentiva di Cristo in una persona umana. Il santo è colui che si è lasciato plasmare così docilmente dalla grazia di Cristo, che Questi vive nel santo. Il santo vive in Cristo e Cristo vive in lui.

Cari amici, non vogliamo in nessuna maniera precedere il giudizio della Chiesa. Ma ciò non impedisce di fare memoria in questo momento della Serva di Dio Maria Bolognesi.

In Maria possiamo verificare la parola detta dall’Apostolo. La grazia di Cristo regnò sovrana in questa creatura, portandola al contempo ad un’unione sempre più profonda col suo Signore e ad un totale nascondimento. La santità cristiana non è esclusiva di luoghi o condizioni sociali. Ed anche in questo essa contesta il mondo che identifica l’essere con l’apparire, la grandezza di una persona con la misura con cui è socialmente stimata.

Il Signore per l’intercessione della Serva di Dio ci ottenga la vera sapienza del cuore, facendoci capire che non esiste che una sola infelicità: quella di non essere santi.