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Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della Guardia di Finanza
Basilica di S. Francesco, 21 settembre 2009


1. "Gesù passando vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse: seguimi". Amo pensare, cari fratelli della Guardia di Finanza, che quanto è detto nella narrazione evangelica si stia compiendo anche ora. Anche ora il Signore Gesù vi vede "seduti al banco delle imposte": vi vede intenti al vostro prezioso servizio al bene comune.

E ripete anche a voi ciò che ha detto al vostro Patrono: "seguimi". Cioè "nel compimento del tuo lavoro non abbandonare la rettitudine della mia legge". Cari amici, anche l’apostolo Paolo nella prima lettura vi dona in sostanza lo stesso insegnamento: "fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto".

L’apostolo pronuncia una grande parola: vocazione. Essa denota la grande dignità del lavoro umano, del vostro lavoro.

Vocazione significa consapevolezza che il proprio operare non va misurato solo in termini economici, ma esso si inscrive nel comune sforzo cui siamo chiamati di edificare una società, una civitas a misura della dignità dell’uomo.

Cari amici, tocchiamo con questo un punto fondamentale di una visione vera della vita associata. Nessuna società potrà crescere nel senso completo del termine se i suoi membri non sono consapevoli che la crescita medesima, lo sviluppo è, nella sua natura intima, una vocazione. Che cosa questo concretamente significa? Almeno due cose.

La persona è impegnata ad edificare una società buona in forza di un appello trascendente, e seguendo profondamente quelle regole fondamentali, quella "grammatica originaria" che prima di essere scritta nei codici è scolpita nella coscienza morale. Non tutto nella vita associata può essere ricondotto al solo consenso sociale.

Significa anche che del suo lavoro, del suo impegno professionale l’uomo deve rendere conto a Dio stesso. La responsabilità non ci pone solo di fronte, non ci obbliga solo a rispondere ad istanze umane, ma a Dio medesimo.

2. Ma la vostra vocazione, la vostra professione è chiamata ad un servizio specifico nella promozione del bene comune.

Essa ha infatti in primo luogo il carattere di un servizio pubblico. La sua ragione di essere cioè non è affatto l’utilità privata, ma il bene della comunità. È questa la grande dignità di ogni pubblico ufficiale: servitore del bene comune. È la vostra specifica responsabilità, la quale comporta un’etica, una deontologia del pubblico ufficiale fatta di lealtà verso le istituzioni, di imparzialità nell’esecuzione della legge, di riconoscimento della sovranità del cittadino al cui servizio è il pubblico ufficiale.

Il vostro pubblico servizio poi in particolare ha lo scopo di assicurare la partecipazione di tutti, secondo la misura proporzionata alla possibilità di ciascuno, ai "costi" del bene comune, e di difendere questo medesimo bene dall’egoismo di chi vuole solo godere dei benefici della vita associata. Una delle lezioni che ci sta venendo dalla crisi in atto, è anche una riconsiderazione e una nuova valutazione del ruolo dei pubblici poteri nel correggere errori e disfunzioni. Sono sicuro che il vostro Corpo saprà dare il suo competente apporto di pensiero.

Cari amici, la festa del vostro Patrono vi faccia riscoprire sempre più profondamente il vostro lavoro come vocazione, come missione al servizio del bene comune; e vi ottenga dal Signore quelle virtù che sono necessarie per compierlo bene.