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DOMENICA XXV PER ANNUM (A)
S. Leo, 21 settembre 2008


1. Carissimi fedeli, la parabola evangelica è ad una prima lettura sconvolgente. Ciò che in essa ci disturba è il comportamento del "padrone di casa", che sconvolge il principio elementare della giustizia umana: ciascuno ha in misura di ciò che ha fatto. Nella parabola chi ha lavorato per un’ora solamente è pagato come chi ha lavorato per un’intera giornata.

La cosa deve renderci molto attenti. Poiché Gesù non aveva certamente l’intenzione di risolvere problemi sindacali e di salario, con questa parabola Egli ha voluto parlarci di "qualcosa d’altro": qualcosa d’altro di così grandioso e nuovo da poter essere narrato solo capovolgendo l’ordine della giustizia umana.

Che cosa è questo "qualcosa d’altro"? È il comportamento di Dio verso di noi. Più precisamente: l’inizio del suo comportamento verso di noi.

Cari fedeli, la parola di Dio ci svela oggi che Dio non istituisce il suo rapporto con noi in ragione dei nostri meriti, dei nostri atti buoni. Non è che il Signore pensi e dica fra Sé e Sé: "poiché quest’uomo, questa donna – cioè ciascuno di noi – vivono bene e compiono sempre opere buone, meritano di essere amati da me". Al contrario: il Signore vuole, desidera essere con noi prescindendo dal fatto che lo meritiamo o non. Il suo atteggiamento fondamentale nei nostri confronti non è di giustizia commutativa, ma di sola grazia. La giustizia propria del Vangelo consiste nella pura grazia con cui il Signore ci tratta. Come ci ha detto il profeta nella prima lettura, il nostro Dio è un "Dio che largamente perdona".

Cari fratelli e sorelle, quando Gesù narrava questa parabola, Egli in realtà esprimeva ciò che pensava di Se stesso; riassumeva tutta la sua vicenda umana; manifestava il senso della sua presenza in mezzo a noi.

Gesù sapeva di essere Colui che è venuto per mostrare la bontà misericordiosa del nostro Dio: "non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori". Egli prende su di sé le nostre miserie; è la rivelazione di quanto Dio ami l’uomo. Anche Gesù ha pregato col Salmo con cui abbiamo pregato anche noi pochi istanti fa: "Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature". Ma Gesù in questo salmo specchiava Se stesso: Egli vedeva se stesso come la tenerezza di Dio che "si espande su tutte le creature". La parabola esprime questa coscienza che Gesù ha di Se stesso.

2. Nella luce della rivelazione che Dio in Cristo ci fa della sua grazia, noi comprendiamo facilmente quale deve essere il corrispettivo atteggiamento fondamentale dell’uomo. È molto semplice. Se Dio si rivela a noi come pura grazia, a noi non resta che accogliere questo dono. Questo atteggiamento si chiama "fede". La fede è l’attitudine di chi ritenendo vera la parola del Vangelo, si abbandona ad accogliere il dono del Signore, senza vantarsi e gloriarsi di nulla. E il dono del Signore è la sua amicizia, la partecipazione alla sua stessa vita eterna, la nostra divinizzazione. La radice ed il fondamento di tutto questo nell’uomo è la fede.

Cari fratelli e sorelle, il Vescovo è venuto a farvi visita proprio per darvi quella bella notizia di cui oggi ci parla il Vangelo. E quindi per esortarvi ad accoglierla nella fede.

La fede, miei cari, è la vostra ricchezza più preziosa. Custoditela; nutritela con l’ascolto costante dell’insegnamento della Chiesa; difendetela dalle inside degli errori che il mondo di oggi cerca di diffondere anche in mezzo ai cristiani.

È la fede che salverà la vostra vita, poiché è la fede che stabilisce il contatto colla sorgente della vita: col Signore "ricco di grazia e di misericordia".