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S. Messa per gli operatori del Diritto
Basilica di San Paolo Maggiore, 21 febbraio 2012


1. "Carissimi, da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?".

Sono sicuro, cari operatori del diritto, che questa grave domanda sia sorta e sorga nella vostra mente e nel vostro cuore. La domanda unde malum, per limitarci ad un solo riferimento ma di prima grandezza, ha accompagnato tutto l’itinerario speculativo ed esistenziale di Agostino, uno dei padri dell’Occidente.

Voi infatti, secondo competenze e responsabilità diverse, avete a che fare con questo drammatico fatto umano: la conflittualità fra le persone, che può perfino giungere fino alla violazione grave dei beni altrui, vita compresa.

La parola di Dio ascoltata nella prima lettura ci invita ad una diagnosi di questa condizione umana, alla quale non siamo più molto esercitati, invitati come siamo spesso a negare all’uomo la dignità di attribuirsi i suoi atti. La diagnosi è questa: "non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra".

Unde malum, si chiedeva Agostino. La risposta della parola di Dio è: dall’uomo; da un desiderio ormai slegato da ogni ragionevolezza; da un cuore e da un uso della libertà sradicato dal vero.

Cari amici operatori del diritto, appare innanzi tutto in questo contesto il senso del vostro agire. "Operatori del diritto": operare per l’intelligenza e l’attuazione del diritto, e creare così le condizioni di fondo per la pace sociale. La vostra attività costituisce uno dei segni precipui di ingresso nel regnum hominis. Lo dice anche un poeta: "dal dì che nozze, tribunali, ed are dieron a l’umane belve d’esser gentili".

Ma la parola di Dio che stiamo ascoltando non si limita a darci una diagnosi. Essa ci indica anche una terapia.

"Sottomettetevi … a Dio; … Avvicinatevi a Dio ed Egli si avvicinerà a voi … Umiliatevi davanti al Signore ed Egli vi esalterà". Nel vostro impegno per la giustizia, base della pace sociale, siete invitati alla "sottomissione a Dio"; anzi, di più: "ad avvicinarvi a Dio", e a riconoscere la sua signoria.

Ma non è da ritenersi – e si deve ritenere – che l’operatore del diritto, il magistrato in primo luogo, deve sottomettersi solo alla legge? Che sul magistrato solo la legge esercita la sua signoria? Credo che abbiamo a questo punto particolare bisogno di essere illuminati dalla parola di Dio.

2. Un libro della Scrittura inizia nel modo seguente: "amate la giustizia, voi che giudicate la terra" [Sap 1, 1]. Si poteva pensare: "amate il potere che esercitate"; o qualcosa di simile. È richiamata invece la necessità di un amore della giustizia che non contraddice l’applicazione delle leggi, ma trova in esso la sua fonte ispiratrice più profonda ed il suo criterio interpretativo sovrano. Nell’operare il diritto, la stella polare che deve orientarvi è "amare la giustizia", riconoscere cioè attraverso la vostra fatica quotidiana che cosa è veramente giusto e distinguere tra il vero diritto e il diritto solo apparente.

È in questa luce che si comprendono le esortazioni della prima lettura, attinenti alla nostra più profonda esperienza di Dio.

Esse non hanno il senso di affermare la derivazione divina degli ordinamenti giuridici. Anzi, uno dei più grandi apporti della rivelazione cristiana alla civiltà giuridica è stato di avere affermato in via definitiva una netta separazione al riguardo. Ed allora l’uomo è consegnato solo a se stesso nella quotidiana lotta per la giustizia?

L’apostolo Paolo ha scritto al riguardo parole definitive: "quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi … sono a se stessi legge. Essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza" [Rom 2, 14 ss.]. L’amore della giustizia è illuminato dall’uso della retta ragione; l’uso della retta ragione è motivato dall’amore della giustizia.

Esiste nell’uomo come un naturale connubio fra amore della giustizia ed uso della ragione [cfr. S. Bonaventura II Santi, dist. 39, art. un. q. 1], e quando l’uno divorzia dall’altro in nome dell’amore dell’uomo si commettono anche delitti contro l’uomo, e l’opera del diritto diventa mero tecnicismo formalistico.

L’uomo, nel suo operare il diritto, attinge la sapienza divina unicamente mediante il retto uso della ragione, al punto che Tommaso D’Aquino identifica il retto agire con l’agire secondo ragione [cfr. 1, 2, 9. 18, 4.5]. "Una scintilla della luce divina", chiamavano la coscienza i teologi medioevali. Potremmo parafrasare l’esortazione divina nel modo seguente: "sottomettetevi alla vostra retta ragione … e sarete sottomessi a Dio".

È in questa luce che appare in tutta la sua dignità la missione di "operare il diritto": essere testimoni di un universo intelligibile di giustizia, che cercate faticosamente, mediante le leggi, di far penetrare dentro l’universo delle passioni.

Che cosa chiederemo dunque durante questa celebrazione? Che amiamo la giustizia, che non rinunciamo mai alla nostra dignità di persone ragionevoli: per avere la capacità di distinguere il bene dal male, e stabilire così quel diritto che è condizione della pace sociale.