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Solennità di Cristo Re
Pianoro Nuovo, 20 novembre 2011


1. Cari fratelli e sorelle, la fede ci dona una nuova intelligenza della realtà. Essa rende la nostra ragione più capace di capire il senso delle tribolate e confuse vicende umane. Il mistero che oggi celebriamo, la sovrana regalità di Cristo, ci offre la vera chiave interpretativa della storia umana, divenendo sorgente di sicura speranza nella difficoltà delle nostre giornate terrene.

Come avete sentito la Parola che oggi la Chiesa ci fa meditare, ci invita a guardare all’atto finale della regalità di Cristo, alla sua manifestazione ultima: il giudizio finale.

"Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti". La suprema manifestazione della regalità di Cristo sarà il Giudizio finale. Quando professiamo la nostra fede, diciamo: "… di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti".

Cari amici, questa verità del Giudizio finale è pressoché scomparsa dalla coscienza dei credenti. Al contrario, le prime generazioni di cristiani vivevano di essa. L’oscurarsi della fede nella regalità di Cristo che dà il giudizio definitivo sulle vicende umane, è la causa non ultima dell’affievolirsi della speranza nel cuore di tanti. Per quale ragione? Ascoltiamo ancora il Vangelo: "egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra".

Quante ingiustizie sono commesse nella storia! Quante prepotenze sui più poveri, sui più deboli, da parte di chi ha potere! Dentro al tempo, al povero e al debole non resta altro che il pianto o l’inefficacia della ribellione priva di forza. E morirà il giusto e l’ingiusto; chi ha commesso l’ingiustizia come chi l’ha subita. Ma noi ci ribelliamo non solo emotivamente ma ragionevolmente al pensiero che non ci sia nessuna possibilità di "rimettere le cose a posto", di "dare a ciascuno il suo". Sì, cari amici, "Esiste la giustizia. Esiste la "revoca" della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto" [Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi 43]. Questa revoca, questa riparazione è il giudizio finale. Il prepotente non sta dalla stessa parte della vittima: "e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra … e se ne andranno questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna".

La celebrazione della regalità di Cristo, invitandoci a portare lo sguardo della nostra fede sull’atto finale, tiene vivo in noi quel desiderio che esprimiamo nella preghiera insegnataci da Gesù: "venga il tuo regno".

2. Ma la celebrazione odierna non ci fa attendere solo il futuro; non ci fa solo vivere nell’attesa della beata speranza che venga definitivamente il Regno. L’odierna celebrazione ci aiuta anche a vivere bene il nostro presente. Lo insegna il profeta nella prima lettura. "Così dice il Signore Dio: "Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura". Non siamo soli; non siamo abbandonati a noi stessi. Alla forza disgregatrice dei nostri egoismi si contrappone l’amore del Re-Pastore che ci raduna da tutti i luoghi dove eravamo dispersi.

Nessuna persona umana è ignorata. "Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata".

Il potere sovrano di Cristo non si eserciterà solo alla fine della storia, quando darà a ciascuno il suo. Già fin da ora, la sovranità di Cristo è presente dentro alla nostra vicenda umana come sovranità di grazia e di amore.

Questa sovranità di salvezza ha cominciato a manifestarsi nella vita di Gesù: "se col dito di Dio io scaccio i demoni, allora è già certamente arrivato a voi il regno di Dio" [Lc 11, 20]. Ed ora, anche nel nostro tempo, continua ad essere annunciato ed instaurato dalla Chiesa: "di questo regno essa costituisce il germe e l’inizio" [Cost. dogm. Lumen Gentium 5, 2; EV 1, 290].

Cari fratelli e sorelle, il Vescovo è venuto a visitarvi per esortarvi a guardare avanti verso il giorno e l’ora in cui il Re "verrà a giudicare i vivi e i morti"; per esortarvi a vivere nel presente la vostra vita di ogni giorno nella certezza che il Signore è la nostra guida, e che la grazia ci accompagnerà sempre.