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Domenica VII per Annum (B)
San Giovanni Battista dei Fiorentini, Roma, 19 febbraio 2012


1. Cari fratelli e sorelle, la pagina evangelica intende introdurci nel significato della missione di Gesù; nella ragione della sua esistenza fra noi, e del potere di redenzione dell’uomo che gli è stato conferito.

Come sempre siamo condotti a questa comprensione dalla pagina profetica ascoltata nella prima lettura. Partiamo dunque da essa.

La parola del Signore, che il profeta ci trasmette, è rivolta ad un popolo in esilio, privo di libertà e di una propria identità. In condizioni come queste, è naturale che esso pensi "a quando le cose andavano meglio". Ebbene, la prima cosa che il Signore dice, chiede, è di schiodarci dal ricordo di felicità passate e perdute: "non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!". È un invito fatto alla rassegnazione? Al contrario! "Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?". Dio rivela che la situazione sarà radicalmente cambiata. In che seno? In che modo? Eliminando la causa ultima della situazione di esilio e di schiavitù.

Cari amici, il Signore attraverso il suo profeta ci insegna una diagnostica dei nostri mali davvero singolare. "Tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità".

La vera radice dei mali umani è "non invocare il Signore". Non riconoscere più che il rapporto con Lui, quale si esprime principalmente nella "invocazione", nel riconoscimento che senza Lui svaniamo nel nulla, è la sorgente ultima di ogni devastazione umana. Il risultato è che l’uomo può perfino "stancarsi di Dio". Il che porta a stancarsi della vita, a stancarsi della verità, a stancarsi della libertà. È il tedio della vita.

Come si esce da questa malattia mortale? "Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati". É notificato il più grande evento: Dio cancella il peccato dell’uomo: ricrea la nostra persona.

2. L’apostolo Paolo nella seconda lettura ci ha detto che "in realtà tutte le promesse di Dio [in Gesù] sono divenute "si"". Quanto il profeta ci ha detto, non è rimasto pura promessa. È diventato realtà; è diventato evento, fatto. Con Gesù ed in Gesù. Ora possiamo riprendere in mano il testo evangelico.

Come avete sentito, il racconto narra della guarigione di un paralitico. Tuttavia l’evangelista non desidera che noi poniamo attenzione al fatto miracoloso, soprattutto. Ma a ciò che durante esso avviene: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati".

Vogliate prestare bene attenzione. Gesù non si limita a proclamare la propria fiducia o la certezza che Dio ha perdonato i peccati del paralitico. Ma Egli stesso si attribuisce questo potere: Egli stesso in nome di Dio perdona i peccati. La reazione dei dottori della Legge è immediata: "perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?".

"Per questo" ci ha detto S. Paolo "sempre attraverso a Lui sale a Dio il nostro "Amen" per la sua gloria". Ed il Vangelo conclude: "e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: non abbiamo mai visto nulla di simile".

3. Il racconto evangelico non ha solo uno scopo informativo. Non ha solo lo scopo di narrare un fatto storicamente accaduto, come a dire: "è accaduto che Gesù esercitasse durante la sua presenza fra noi il divino potere di rimettere i peccati".

Ciò che è accaduto allora, può accadere anche oggi. Il potere di rimettere i peccati sussiste in Gesù. Ma questo divino potere mantiene la sua forza e può esercitarsi anche oggi nella Chiesa, per tutto il tempo che durerà il mondo. Prima di lasciarci visibilmente, Gesù lo ha trasmesso misteriosamente, ma realmente ai suoi apostoli: "ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" [Gv 20, 22-23].

Cari amici, la sorgente del perdono continua a zampillare nella Chiesa: Dio non si stanca dell’uomo. La Chiesa esiste per ricordare "di generazione in generazione" la presenza, anche dentro alle più laceranti devastazioni dell’umano, al deserto di senso in cui l’uomo ha posto la sua dimora, della misericordia di Dio che perdona.

L’Eucaristia che ogni domenica celebriamo ci impedisce di dimenticare che Cristo è morto, che il suo sangue è stato effuso per la remissione dei peccati.