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Festa della Dedicazione della Cattedrale di San Pietro
Cattedrale, 18 ottobre 2007


1 – Ez 43,1-2.4-7 (A)
2 – 1Cor 3,9-11.16-17
Gv 4,19-24


1. Miei cari fratelli, l’apostolo Paolo nella seconda lettura ci offre una suggestiva descrizione del nostro ministero. Lo fa attraverso il simbolo molto eloquente della costruzione di un edificio. Lasciamoci dunque guidare da questa immagine per coglierne la realtà nascosta, e conoscere la verità del nostro ministero.

All’origine del nostro servizio pastorale sta un grande atto di fiducia del Signore "che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza" [2Cor 3,6a]; che ci ha chiamati a costruire "l’edificio di Dio", la sua Chiesa, il luogo della sua Presenza nel mondo.

In questa attività l’Apostolo considera, come abbiamo sentito, due momenti fra loro connessi: la fondazione e la costruzione sul fondamento posto. "Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che è Gesù Cristo"; ed in seguito "ciascuno stia attento come costruisce", dal momento che "se, sopra questo fondamento si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno".

La parola apostolica ci richiama all’urgenza della evangelizzazione di quel "primo annuncio" mediante il quale si pone il fondamento, Gesù Cristo. Non dobbiamo mai perdere la consapevolezza che siamo gli "apostoli di Cristo": siamo inviati da Lui per annunciare Lui, il suo mistero, la potenza del suo atto redentivo. E Dio solo sa il bisogno che l’uomo oggi ha di un "fondamento" – ne sia consapevole o meno – flagellato come è dalla tempesta del relativismo nichilista che nega persino la possibilità stessa di un qualsiasi fondamento.

Ma l’apostolo Paolo ci richiama anche alla necessità di vagliare attentamente la qualità del "materiale di costruzione", o come dice la Scrittura, "la qualità dell’opera di ciascuno". Quale profondo, grande urgente richiamo è questo per ciascuno di noi, miei cari fratelli! Sembra che il popolo cristiano, soprattutto nelle sue componenti più giovani, soffra di una grave fragilità, al punto tale che non raramente mi ritornano sulle labbra le parole del profeta: "Come potrà resistere Giacobbe? è tanto piccolo" [Am 7,5 bc]. È una fragilità di giudizio, che gli rende estremamente difficoltoso "non conformarsi alla mentalità di questo secolo", e "discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" [cfr. Rom 12,2]. Il "fuoco" del relativismo sempre più pervasivo sta mettendo a dura prova la "qualità dell’opera di ciascuno", rendendo difficoltosa la testimonianza di Cristo dentro i fondamentali ambiti della vita umana.

La metafora paolina attraverso cui il Signore vuole comunicarci la verità circa il nostro ministero, suggerisce una continuità, una coerenza fra il momento fondativo [l’iniziazione cristiana] e il momento edificativo [educazione nella fede]. È una coerenza che consiste in ciò che nella Tre giorni ultima abbiamo chiamato "scelta educativa". La costruzione dell’edificio consiste nell’educazione.

2. Miei cari fratelli, la metafora dell’edificazione ha anche una profonda risonanza esistenziale, sulla quale vorrei ora attirare la vostra attenzione.

Edificare è stato un’opera lunga, difficile, a volte perfino si interrompe: così è stato anche della nostra Cattedrale. E così avviene per la fatica di edificare solide comunità cristiane, gioia, e tribolazione del nostro ministero. È stato così per ogni grande pastore: per Agostino, Gregorio Magno, Gregorio il Teologo, Giovanni Maria Vianney, Giovanni Bosco. È stato così per S. Paolo fino al punto – ci ha confidato – da venirgli a noia la vita. Come ha vissuto l’Apostolo questa dimensione esistenziale del suo ministero? Almeno con tre attitudini fondamentali.

La prima è stata l’incrollabile fiducia nel suo ministero. Egli sa che il suo non è incarico umano: è Cristo che lo ha inviato. Miei cari fratelli, questa è la nostra intima sicurezza. "Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo" [2Cor 4,1].

La seconda è stata la consapevolezza, mai insidiata da nessuna antalgica illusione, che il ministero apostolico si svolgeva in circostanze oscure, non raramente umilianti per l’apostolo, fra quotidiane delusioni. Così è per noi normalmente. Ma "il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria" [2Cor 4,17].

La terza e più importante di tutte è che tutto questo è vissuto in un amore appassionato per Cristo e per la Chiesa. Miei cari fratelli, alla fine anche per ciascuno di noi come apostoli è vero ciò che è vero di ogni persona umana: la vita vale nella misura in cui ci doniamo; la gioia è solo nell’amore. "Simone, mi ami tu?" da come risponderemo a questa radicale domanda che Cristo fa ogni giorno anche a ciascuno di noi dipende tutto: veramente tutto.