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IV DOMENICA QUARESIMA
Trebbo – San Luca Ev., 18 marzo 2007


Il nostro rapporto col Signore è un rapporto fra due persone libere, fra due libertà: quella di Dio, che ha deciso di renderci partecipi della sua stessa vita, e quella dell’uomo, chiamato ad accogliere questo dono.

La liturgia di questa quarta domenica parte da una constatazione: l’uomo ha liberamente rifiutato il dono divino; ha peccato, anzi è nel peccato. Quale è la reazione della libertà di Dio di fronte a questo rifiuto dell’uomo? La pagina evangelica appena proclamata narra la reazione di Dio al rifiuto che l’uomo gli oppone.

1. La narrazione ha tre personaggi: il figlio prodigo, il padre, il figlio maggiore.

La prima figura è quella del figlio prodigo. Egli ha scialacquato tutta la sua ricchezza. Certamente in primo luogo il patrimonio materiale che aveva esigito dal padre. Ma non è questo ciò che ha soprattutto perduto. Egli ha perduto la sua dignità di figlio, anzi la sua dignità umana: deve vivere assieme ai porci e per mangiare rubare parte del cibo dato ad essi.

In questo precisamente consiste ogni peccato: esigere come esclusivamente nostro ciò che Dio creatore ci ha donato, per usarlo "fuori e lontano da casa", cioè non in alleanza col Signore. Separarsi dal Padre per poter disporre autonomamente di se stesso.

L’esito finale di questa autonomia assoluta non è la conquista, ma la perdita di se stesso. Non c’è vera libertà senza appartenenza. Vivendo in questa situazione di profonda umiliazione, nella consapevolezza di una dignità posseduta un tempo ma ora perduta per sempre ("l’uomo è un re spodestato: miseria dell’uomo, miseria di un re spodestato": Pascal), il figlio pensa ad un ritorno, ma colla convinzione che non potrà più essere come prima. Egli non potrà più essere reintegrato nella sua dignità: "trattami come uno dei tuoi servi". E’ una questione di giustizia: "non sono più degno…". In sostanza, Dio è giusto, e giustizia significa dare a ciascuno ciò che merita.

E qui entra in azione la seconda figura della parabola, è la figura del padre. E’ la figura centrale. In essa è rivelata la reazione di Dio al rifiuto dell’uomo. Nella sua realtà più profonda questa reazione è dettata dalla fedeltà alla sua paternità, dalla fedeltà a quell’amore in forza del quale Egli ha voluto che noi ci chiamassimo e fossimo realmente suoi figli: Egli non può più rinnegare Se stesso. Questa fedeltà fa sì che quel figlio fosse per il padre, che ciascuno di noi sia per Iddio unico ed irrepetibile, così prezioso che Dio non si rassegna mai a perderci. Le novantanove pecore al sicuro non lo accontentano: è quell’unica che si è perduta a tormentarlo fino a quando l’ha ritrovata.

L’amore verso il figlio, l’amore che scaturisce dall’essenza stessa della paternità, "costringe" in un certo senso il Padre a prendersi cura della dignità del figlio. "La fedeltà del Padre a se stesso è totalmente incentrata sull’umanità del figlio perduto, sulla sua dignità" (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Dives in misericordia 6,2; EV 7, pag. 817). Questa singolare "concentrazione sulla dignità della persona" significa che per Dio il peccatore è sempre "di più" dei peccati che commette, che la sua persona è un bene inviolabile: un figlio, anche se prodigo, non cessa mai di essere un figlio.

La terza figura della parabola è il figlio maggiore. E’ colui per il quale Dio non può essere così, cioè solo misericordia che giustifica. Per queste persone esiste solo una giustizia, quella che gli uomini comprendono: "io ti servo, quindi merito di essere pagato; lui ti ha disobbedito, deve essere respinto". Una giustizia che consistesse precisamente nel "punire il male" perdonando e giustificando chi lo compie, è semplicemente impensabile per il figlio maggiore.

Ma chi non capisce che la giustizia di Dio è la sua misericordia, non ha capito nulla del Dio che Gesù ci ha rivelato. E si trova in un pericolo mortale: stare davanti ad un Dio, che ha voluto essere solo misericordia, ma pensando di non aver bisogno di misericordia. Il minimo che ci può capitare è di restare senza interlocutore …cioè: si parla da soli.

2. Quanto la pagina evangelica narra accade anche oggi, accade anche per ciascuno di noi.

È mediante la Chiesa che la misericordia di Dio "si estende di generazione in generazione su quelli che lo temono". È nella Chiesa che Dio continua a visitare l’uomo nella sua bontà misericordiosa. Anzi la Chiesa è l’estensione di generazione in generazione della misericordia divina; è la visita di Dio "per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte".

L’Eucarestia ci dona la possibilità di essere presenti al grande abbraccio di Dio in Cristo con l’uomo. "Gli si getta al collo, per sollevare chi giaceva a terra, e per far sì che chi era già oppresso dal peso dei peccati … rivolgesse nuovamente lo sguardo al cielo. Cristo ti si getta al collo, perché vuol toglierti dalla nuca il giogo della schiavitù e imporre sul tuo collo un dolce giogo" [S. Ambrogio, Esp. Sul Vangelo di Luca, Città Nuova ed., Roma 1978, vol. II, pag. 269].