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S. Messa nel 10° anniversario della morte di don Giuseppe Dossetti
Basilica della Beata Vergine di S. Luca, 17 dicembre 2006


1. "Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi". L’invito paolino appena ascoltato incontra oggi un uomo che sembra ormai incapace di vivere nella gioia, ritenendo in cuor suo che le molte smentite al suo desiderio di beatitudine dimostrino invincibilmente la vacuità di questo desiderio.

Ma la parola di Dio oggi ci rivela la sorgente della gioia e la via per raggiungerla: "Re d’Israele è il Signore in mezzo a te: tu non vedrai la sventura", ci ha detto il profeta; "Il Signore è vicino", ci ha detto l’Apostolo. Miei cari fratelli e sorelle, la gioia di cui oggi ci parla il Signore, è la partecipazione alla gioia divina ed umana che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato.

"Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia", ci rivela il profeta. La gioia che Dio prova nel creare e nel redimere l’uomo, contagia misteriosamente l’uomo creato e redento; il grande "sì" di Dio all’uomo risuona nella coscienza dell’uomo, che diventa capace di vedere la positività di tutta la creazione.

È a causa di tutto ciò che a provare questa gioia per primo fu Abramo, il Padre dei credenti, quando vide il giorno della salvezza, il giorno di Cristo: "lo vide e si rallegrò" [Gv 8,56]. E dopo Abramo fino a noi la gioia coinciderà sempre con un’esperienza di liberazione e di redenzione, che ha per origine l’amore misericordioso di Dio verso l’uomo, in favore del quale egli compie per pura grazia le sue promesse: "non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente". È quando l’uomo attinge alle sorgenti della salvezza, che può vivere nella gioia.

Miei cari amici, celebriamo questi divini Misteri nel ricordo del pio transito alla vita eterna di don Giuseppe Dossetti: transito avvenuto dieci anni orsono accompagnato dalle stesse parole dell’Apostolo, che oggi ascoltiamo. È questa una provvidenziale coincidenza che ci aiuta meglio a custodirne la memoria ed il carisma.

La parola del profeta e dell’apostolo ci insegna che la sorgente della gioia è, può essere solo l’esperienza della vicinanza e della presenza del Signore. È questa esperienza, se non vado errato, la radice del cammino umano e cristiano di don G. Dossetti. Ciò risulta chiaro da una sua pagina del 1939 significativamente intitolata "La coscienza del fine".

"In che cosa la mia vita si caratterizza per quella di un’anima consacrata al Signore … nel mondo? Per il fatto che scrivo così dei libri? No, certo. Per il fatto che non ho moglie e non penso ed escludo di prenderla? Nemmeno. Per il fatto che mi sacrifico [umanamente parlando] in una vita di studio? No. E allora? Ciò che può caratterizzarla non può essere altro che la continua vissuta presenza di questa realtà: il Signore Gesù… ha scelto la mia [anima] per la sua sposa. Egli vuole che io immoli me stesso in una offerta continua ed ardente di carità" [cit. da G. Dossetti, La piccola famiglia dell’Annunziata. Le origini e i testi fondativi 1953-1986, Paoline, Milano 2004, pag. 7].

La consapevolezza di una Presenza, di una Presenza che intende plasmare la nostra vita come fa il vasaio col vaso, di una Presenza che sequestra interamente la nostra libertà, è il punto di partenza della vita umana, cristiana e sacerdotale di don G. Dossetti, come di chiunque voglia attingere "acqua con gioia alle sorgenti della salvezza".

Nel cantico responsoriale il profeta ci ha esortato: "manifestate tra i popoli le sue meraviglie, … ciò sia noto in tutta la terra". Gli fa eco l’apostolo: "La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini". La venuta dello Spirito di cui la gioia cristiana è frutto [cfr. Rom 14,17; Gal 5,22], coincide non a caso colla prima grande missione e predicazione apostolica.

Ed è proprio nella solennità della Pentecoste del 1944 che don G. Dossetti manifesta come l’immolazione nell’amore donata e quindi esigita dalla Presenza, genera una robusta coscienza missionaria. Egli scrive di

"consacrare alla carità specialmente il mio lavoro e la mia preghiera […] perché gli altri ne abbiamo bene: bene temporale ed eterno, naturale e soprannaturale. Perché questa nostra civiltà non presenti più orrori e dolori tanto immani…" [ibid, pag. 7].

Non è mio compito e non è mia competenza ed ancor meno è questo il tempo ed il luogo in cui farlo, elaborare un’analisi della modalità con cui don G. Dossetti si è impegnato per ricostruire la città terrena. Ciò che egli ci ha insegnato è che appartiene alla struttura stessa dell’esistenza cristiana l’indissociabile legame fra annuncio della Parola, celebrazione dei Misteri, servizio di carità. La "buona novella" che Giovanni preannuncia, come abbiamo sentito nel Vangelo, esige un cambiamento profondo nei rapporti sociali.

2. "Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose grandi, ciò sia noto in tutta la terra"; "La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini".

L’esperienza di fede vissuta da don G. Dossetti si è come istituzionalmente notificata in grado eminente nella Piccola Famiglia dell’Annunziata; ha preso corpo soprattutto in essa. Il suo carisma è stato deposto nel grembo della Chiesa di Dio in Bologna mediante la Piccola Famiglia.

Il monaco è colui che custodisce il Mistero, e mediante questa custodia genera la vera cultura. È singolare e pieno di significato il fatto che la Piccola Regola inizia con una preghiera liturgica di post communio nella quale si chiede che la Piccola Famiglia sia sempre guidata dalla divina grazia a "contemplare con sguardo puro ad accogliere con degno affetto" il Mistero. Quale Mistero? il Mistero dell’Eucarestia chiave di volta e centro di tutta l’economia della creazione e della redenzione, come ha insegnato don G. Dossetti. "Contemplato con sguardo puro": perché l’occhio è reso luminoso dall’ascolto costante della parola di Dio; "accolto con degno affetto": perché celebrato nella Liturgia con fede e dignità. I monaci custodiscono il "fondo dell’essere"; vigilano perché il nemico della realtà non la privi del suo logos e del suo fondamento.

Ma non a caso ora la Piccola Famiglia è collocata a Monte Sole e nel Medio-Oriente, per volontà esplicita del fondatore. "Quando si scuotono le fondamenta, il giusto che cosa può fare?" si chiede il Salmo. Due luoghi che sembrano icone di quello scuotimento: il giusto che cosa può fare in quei luoghi? Contemplare con sguardo puro e accogliere con degno affetto il Mistero. Perché così diventa per tutti noi il custode della speranza, del diritto di sperare che per sempre "il Signore ha revocato la sua condanna".

La Chiesa non celebra anniversari come fa il mondo: lo fa per lodare e ringraziare il Signore. Fra qualche giorno la Chiesa celebrerà l’anniversario dell’evento in cui è radicato: l’incarnazione del Verbo.

Carissimi figli e figlie della Piccola Famiglia dell’Annunziata, don Giuseppe vi ha radicati nell’Annunziata. Una famiglia radunata attorno all’Annunziata perché risuoni sempre in essa l’annuncio benedetto: Dio si è fatto uomo; "il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico… tu non vedrai più la sventura". Perché per mezzo vostro risuoni nei luoghi "aridi e deserti", e sia speranza che anche in essi si veda "la gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio".