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XXIX DOMENICA PER ANNUM (C)
San Lorenzo e Sasso Marconi, 17 ottobre 2010


1. Cari fratelli e sorelle, non raramente Gesù ci rivela il volto ed il nome di Dio servendosi di esempi e costruendo parabole mediante le vicende umane anche le meno esemplari: un furto con scasso; uno scandalo amministrativo. Oggi, il comportamento iniquo di un magistrato che non compie il suo lavoro, amministrare la giustizia.

Due, come avete sentito, sono i personaggi: un magistrato, di cui Gesù dice: "che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno"; e una vedova. La differenza fra i due è abissale. La donna è totalmente priva di qualsiasi potere per difendere se stessa. Come avrete notato, non può nemmeno pagarsi un avvocato e deve presentarsi da sola in tribunale. Non ha nessun strumento di difesa, se non uno solo: andare dal magistrato e chiedergli con insistenza che le faccia giustizia. E se si rifiuta, continuare a chiedere.

Cari fratelli e sorelle, quale insegnamento Gesù intende donarci narrandoci questo fatto?

Prima di tutto è un insegnamento che riguarda il nostro rapporto con Dio stesso: di fronte a Lui siamo poveri e privi di tutto; non possiamo avanzare diritti o pretese. Abbiamo però una forza in mano; abbiamo un potere: quello di chiedere, di insistere nel domandare ciò di cui abbiamo bisogno. In una parola: abbiamo il potere di pregare.

Ma questo non è tutto: Gesù ci dice qualcosa di più profondo. Per capirlo dobbiamo rifarci alla prima lettura.

Il cammino del popolo ebreo nel deserto verso la terra promessagli dal Signore non fu una passeggiata. Dovette affrontare difficoltà di ogni genere: anche veri e propri scontri armati. Come? Certamente, come avete sentito, colle stesse armi: "esci in battaglia contro Amaleck", dice Mosè a Giosue. Ma non solo così, anzi non principalmente in questo modo. Le difficoltà sono affrontate con la preghiera di intercessione.

Ritorniamo a noi, poiché tutto ciò che è scritto è scritto per nostra edificazione.

Ognuno di noi attraversa momenti di grave difficoltà di ogni genere, che possono durare anche a lungo. La tentazione è di fare come Mosè, "lasciare cadere le braccia". Gesù nel Vangelo ci richiama a perseverare nella preghiera. Il Signore non raramente fa attendere la sua risposta, anche a lungo, e il ritardo non è dovuto alla noncuranza.

Ciò che accade al singolo può accadere anche ad intere comunità di discepoli. Esse possono vivere situazioni di persecuzioni, mentre si fa attendere l’intervento liberatore di Dio. Perché il Signore ritarda? Perché il Signore non ci visita, non viene?

Ai singoli ed alle comunità Gesù assicura che Dio "renderà giustizia ai suoi eletti che lo invocano giorno e notte, anche se li fa attendere". Il ritardo è dovuto alla pazienza di Dio che con l’attesa lascia tempo alla conversione e alla salvezza di tutti [cfr. 2 Pt 3,9]. Da parte nostra è necessario custodire questa certezza: Dio ci visiterà; Dio ci soccorrerà. È questa certezza che genera in ciascuno di noi una preghiera costante, perseverante. Come quella della vedova.

2. Cari fratelli e sorelle, il Signore mi dona di predicarvi questa parola di salvezza durante la Visita pastorale.

Il Vescovo è venuto fra voi per confermarvi nella fede; per confermarvi cioè nella certezza che Dio in Gesù si è impegnato definitivamente a prendersi cura di noi, sempre, anche se a volte siamo tentati di pensare il contrario.

Sono venuto per dirvi, colle parole del Salmo: il Signore "non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode … Il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra … il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita … da ora e per sempre".