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Ordinazione di quattro presbiteri
Cattedrale di S. Pietro, 17 settembre 2011


1. "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie". Le parole che Dio ci dice attraverso il suo profeta sono la porta di ingresso, la chiave interpretativa della Parola che Gesù ci ha donato ora nel Vangelo. Essa infatti ci rivela qualcosa che "sovrasta i nostri pensieri" "quanto il cielo sovrasta la terra". Che cosa dunque ci rivela la parabola appena ascoltata?

Più che singoli particolari, è il punto focale del racconto di Gesù che deve attirare la nostra attenzione. E il punto focale è la radicale contrapposizione tra il comportamento del padrone della vigna – che paga in uguale misura chi ha lavorato per l’intera giornata e chi solo per un’ora – e il modo di ragionare di chi ha faticato tutto il giorno. Questi, in fondo, ritengono che non possa, che non debba accadere dentro alle vicende umane qualcosa che non corrisponda al modo comune di ragionare.

Cari fratelli e sorelle, voglia la vostra carità ascoltare attentamente, perché siamo giunti al punto centrale di ciò che Gesù ci sta dicendo.

Il modo singolare, a noi incomprensibile di agire del padrone della vigna è la rivelazione di come Dio agisce nei confronti dell’uomo: non prendendo come metro di azione la stretta giustizia commutativa, ma la pura gratuità dell’amore. Possiamo dire: questa pagina evangelica ci svela il "fondo della divinità"; esso è grazia, amore, misericordia.

Abbiamo pregato nel Salmo: "paziente e misericordioso è il Signore; lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature".

Ma Gesù non è semplicemente un maestro che ci trasmette una verità riguardante il mistero di Dio. Egli narra questa parabola per difendere il suo operato. Con una scelta contro corrente Gesù aveva accolto pubblicani e peccatori di ogni genere, offrendo loro la salvezza. Per questo fu costretto a difendersi.

In che modo? Non semplicemente dandoci un insegnamento su Dio, ma affermando che in lui, che accoglie prostitute e pubblicani, si fa visibile la bontà, la grazia, la misericordia di Dio. Non è solo una parola su Dio che viene detta; è un evento che accade. In Gesù, Dio si mostra ed agisce come è nelle profondità del suo mistero: grazia, misericordia, amore. Le profondità divine, le "viscere" direbbero i profeti, sono viscere di misericordia: ora sono rivelate e sono in azione, in Gesù.

Non possiamo allora non concludere col profeta: "l’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona".

2. Carissimi Matteo, Fabrizio, Paolo e Carlo, che fra poco riceverete il sacramento del presbiterato, la parola profetica ed evangelica oggi è detta in modo particolare a voi.

Avete sentito ciò che vi dice l’Apostolo: "per me vivere è Cristo".

La conformazione della vostra persona a Cristo operata fra poco dal Sacramento, chiede di plasmare tutta la vostra vita, il vostro cuore casto, la vostra libertà obbediente. Fino a poter dire: "per me vivere è Cristo"; o, sempre con l’Apostolo: "non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me".

Ma oggi le parole dell’Apostolo acquistano un particolare significato; imprimono una particolare "cifra" al vostro sacerdozio.

Il Cristo oggi agli occhi della vostra fede si è rivelato come l’evento della grazia, della misericordia del Padre dentro la vicenda umana.

Con quale vicenda umana avrà a che fare il vostro sacerdozio? con quale uomo vi farà incontrare? Con una vicenda umana desertificata dall’assenza di Dio; con un uomo che ha voluto vivere senza Dio, ritenendolo suo avversario. È questa la vera tragedia in cui il vostro sacerdozio sarà coinvolto: un uomo che non avendo incontrato il vero volto di Dio, lo ha rifiutato.

Voi sarete, in questo deserto di senso, coloro che diranno la parola vera su Dio; coloro che daranno nei Sacramenti all’uomo la possibilità di sperimentare che Dio è grazia e misericordia.

Per voi vivere è Cristo poiché l’unica vostra ragione d’essere è di rendere visibile la bontà e la grazia di Dio.