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Giornata Mariana Sacerdotale
Cattedrale, 17 maggio 2012


Lodiamo e ringraziamo la Madre di Dio perché visita oggi il nostro presbiterio, come visitò la casa di Zaccaria ed Elisabetta.

L’effetto che la visita di Maria ha, è la gioia messianica. Per la prima volta si diffonde nei cuori umani la gioia per la presenza del Salvatore: "appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo". La presenza del Salvatore, ancora nel grembo di sua Madre, è anche associata ad una grande effusione dello Spirito: "Elisabetta fu piena di Spirito Santo". È la presenza del Salvatore che effonde il suo Spirito, la sorgente della gioia.

Cari fratelli, desideriamo e preghiamo che questo evento accada anche oggi nel nostro presbiterio; che esso ed in esso ciascuno di noi viva l’esperienza di una profonda gioia messianica.

1. Essa ha la sua origine nella presenza del Salvatore, più precisamente nell’esperienza che facciamo della sua presenza. In una parola: nasce nell’incontro col Salvatore. Esperienza che profeticamente visse Abramo: "Abramo … esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò" [Gv 8, 56]. Che visse Zaccheo: "In fretta scese e lo accolse pieno di gioia" [Lc 19, 6].

La gioia messianica ha segnato la vicenda umana del Battista. La gioia dell’incontro, nata dalla presenza del Salvatore, segna l’inizio della sua vita, come abbiamo sentito. Ed è il sigillo definitivo della sua intera esistenza: "chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta" [Gv 3, 29].

Un midrash del Cantico [vv 1, 1-4] dice: "quando i profeti le diranno: ecco viene a te il tuo re, giusto e salvatore (Zach 9, 9), essa dirà: questa è una gioia perfetta".

Come è possibile che nel cuore umano ci sia una gioia completa? Perché in un senso molto profondo è un gaudium alienum [H. Conzelmann]: è la stessa gioia di Gesù che si effonde nel cuore del credente. "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" [Gv 15, 11]. Questa pienezza è anche oggetto della preghiera sacerdotale di Gesù per i suoi apostoli: "dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia" [Gv 17, 13].

È mediante la fede che accade l’incontro col Salvatore, e quindi la radice e il fondamento della gioia è la fede.

È mediante l’Eucaristia – celebrata, partecipata e adorata – che Cristo vive in ciascuno di noi e ciascuno di noi in Cristo; e Cristo diventa la nostra gioia.

2. La parola di Dio scritta dunque non ci lascia dubbi: è la presenza di Gesù nostro Salvatore la nostra gioia. Ma di quale presenza parliamo? Della presenza che viene realizzata perfettamente solo mediante l’amore. L’apostolo Pietro lo dice: "voi lo amate pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in Lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa" [1Pt 1, 8]. La misura della nostra gioia è data dalla misura del nostro amore. Cari fratelli, qui tocchiamo le profondità ultime della nostra vicenda umana, della nostra biografia umana e sacerdotale.

Nell’amore Cristo cessa di essere un "egli" di cui posso ricordarmi; di cui posso interessarmi; che posso fare "oggetto" di studio; di cui posso perfino entusiasmarmi. Egli diventa e resta per sempre un "tu": "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me" [Gv 10, 14]. È quanto traspare dalle parole di Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" [Gv 6, 68]. È la gioia che nasce dalla consapevolezza che esiste un ordinamento profondo e misterioso fra la persona di Gesù e la mia persona [la "predestinazione", la chiama Paolo: cfr. Rom 8, 29; Ef 1, 4-5], un ordinamento e legame che diventa non uno dei, ma il fattore costruttivo della mia vita. Un fattore che non è sempre consapevolmente attuale, ma è super-attuale. Esso cioè non è semplicemente attivo mediante la fedeltà alle promesse fatte nel giorno della nostra Ordinazione. È un fattore che continua a costruire senza interruzione e pienamente la nostra esistenza; e la sua forza non è interrotta anche quando non ne siamo esplicitamente consapevoli. La carità è la "forma" di ogni scelta virtuosa, ci hanno insegnato i grandi Dottori della Chiesa.

3. S. Giovanni Climaco nella sua Scala del Paradiso [II, 11] scrive: "come non rattristarsi se si è privati di ciò che si ama?". È il criterio diagnostico della vera natura delle nostre gioie e delle nostre tristezze.

La gioia ci spinge a seguire Cristo nella sua "fatica redentiva" ["Cristo sarà in agonia fino alla fine del mondo": Pascal] e pertanto la nostra gioia sacerdotale accompagna un’esistenza segnata dalla Croce, la Croce di Cristo.

È la fatica di annunciare una Parola a sordi; di spezzare un Pane di cui nessuno sembra sentire appetito. S. Tommaso scrive profondamente che alla vera gioia può mescolarsi solo la tristezza nel vedere l’opera divina della nostra salvezza rifiutata [cfr. 2.2, q. 28, a. 2c].

Ma esiste al contrario una tristezza che è di tutt’altra natura, impastata di delusioni, di abbattimenti, di amare solitudini e, Dio non voglia, di disperazione. Questa tristezza rende impossibile ogni vera gioia; perché chi ne soffre si vede e si sente privato di beni che non sono quelli del suo sacerdozio, ma che egli ha tuttavia continuato ad amare e desiderare.

Pur celebrando l’Eucaristia; pur predicando il Vangelo della sua grazia; pur esercitando la cura pastorale, Cristo, il Servo che nell’obbedienza dona Se stesso per la redenzione dell’uomo, resta sempre un "egli" e non diventa mai un "tu". Al massimo suscita qualche periodo di entusiasmo. Il nostro io resta affidato al mare sempre agitato delle nostre emozioni, dei moti della nostra psyche.

Quando si vive in questa condizione, il ricorso alla psicologia è solo un palliativo. Essa può al massimo offrirci possibilità di convivere in modo passabile con la "malattia", non di guarire, poiché questa tristezza è una malattia spirituale.

Mi piace concludere con testo di Cirillo di Alessandria. Commentando le parole di Gesù: " … la mia gioia sia in voi", il santo dottore ne fa la seguente parafrasi: "Tutte queste cose, dunque, ve le ho dette, dice, perché la mia gioia sia in voi, cioè, affinché vogliate rallegrarvi soltanto di quelle cose di cui io godo, affinché diveniate forti nella lotta e, corroborati dalla speranza di salvare gli uomini (…), non vi scoraggiate" [Commento al Vangelo di Giovanni X, ii; CN ed. , Roma 1994, 221].

La Madre di Dio continui a visitare il nostro presbiterio perché fiorisca sempre in esso la gioia messianica. Si compiaccia di guarire il cuore di ognuno da ogni forma di cattiva tristezza. La nostra devozione alla sua persona tutta santa aumenti in noi la fede nel Verbo fattosi uomo; governi la nostra mente con l’attitudine a pensieri puri, veri e buoni; ci conceda un cuore ferito da ogni miseria umana; e ci conduca alla vera gioia che è Gesù nostro Signore, nostro tutto.