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Santa Messa presso la Fabbrica Ducati
Bologna, 15 dicembre 2011


1. Cari amici, stiamo vivendo giorni tristi perché nel cuore si sta estinguendo la speranza: la speranza di assicurare un avvenire ai propri figli; la speranza di poter pensare ad una vecchiaia serena.

Possiamo descrivere, ad una prima osservazione, la nostra condizione nel modo seguente. Ciò su cui si conta per la vita, la normale sicurezza della nostra esistenza sembra si stia paurosamente sgretolando. Nulla dunque di certo, nulla di sicuro su cui basarsi?

Il Signore questa sera, cari amici, ci dice una straordinaria parola: "anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace: dice il Signore che ti usa misericordia". Esiste dunque qualcosa su cui fondarsi assolutamente incrollabile: più delle montagne e delle colline. È l’affetto di Dio per ciascuno di noi, l’alleanza che Egli ha siglato con ogni persona umana.

Forse non siamo convinti fino in fondo che esiste un tale Dio: un Dio cioè che si interessi, che si prenda cura di ciascuno di noi. L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Efeso dice che gli uomini, prima dell’incontro con Cristo, sono "senza speranza e senza Dio nel mondo" [Ef 2, 12]. Si noti bene. L’essere privi di speranza non è la conseguenza semplicemente della negazione di Dio; è la conseguenza della negazione della sua presenza nel mondo. É il "vuoto della sua Provvidenza" che toglie al vivere umano ogni fondamento incrollabile.

Un grande pensatore cristiano del XIX secolo ha espresso in modo commovente questo pensiero. "Immagina un viandante solo e sperduto nel deserto; quasi bruciato dall’ardore del sole e all’estremo delle forze, ecco ch’egli trova una sorgente … "Dio sia lodato – egli dice – ora sono salvo". Egli ha trovato soltanto una sorgente, e cosa non dovrebbe dire colui che ha trovato Dio? Anch’egli dovrebbe dire: "Dio sia lodato! Ho trovato Dio" Ora sono salvo" [S. Kierkegaard, L’immutabilità di Dio, in Opere, Sansoni ed., Firenze 1972, 950 (Trad. C. Fabro)].

Cari amici, "la fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l’uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale, l’affidabilità del reddito materiale, appunto, si relativizza [Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi 8].

2. Ma la parola che il profeta ci ha detto, l’invito a fondare la nostra vita e la nostra speranza sulla roccia immutabile dell’amore di Dio comporta un disinteresse per le cose di questo mondo, la politica e l’organizzazione del lavoro, l’economia e la finanza? Ci dispensa dal dare all’uomo anche la possibilità di una speranza attinente a questa vita? Assolutamente no, cari amici.

Non c’è dubbio che la risposta a queste grandi domande esigerebbe un tempo ben maggiore a disposizione, dal momento che esse hanno accompagnato la coscienza dell’uomo moderno per secoli. Mi limito ad alcune osservazioni di fondo, e concludo.

La prima è che nessuna speranza, neppure terrena, può ragionevolmente aversi, se non mettiamo l’uomo, e la sua dignità, come il fine e lo scopo di ogni organizzazione politica e sociale. Ma nello stesso tempo, quando diciamo questo — e dobbiamo dirlo —, di quale uomo parliamo? Che "metro di misura" prendiamo per misurare la sua dignità? Il Santo Natale ci ricorda che "la misura della dignità dell’uomo è proprio il farsi uomo di Dio" [K. Wojtyla]. Ed ogni volta che si è cercato di escludere questa misura dall’orizzonte della vita umana, dalla costruzione della società umana, si è arrivati a distruggere l’uomo.

"La Chiesa non offre alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica. Essa ripete: non abbiate paura. L’umanità non è sola davanti alle sfide del mondo. Dio è presente. È questo un messaggio di speranza, una speranza generatrice di energia che stimola l’intelligenza e conferisce alla volontà tutto il suo dinamismo" [Benedetto XVI].

La seconda ed ultima osservazione. Non sono nuove regole, nuovi trattati, nuove strutture che da sole possono garantire l’uomo. La vera forza è o non è insita nella libertà dell’uomo, perché la vera forza è l’amore di ciò che è bene e giusto. La vera forza sono uomini generosi, onesti, giusti. È questa la garanzia della consistenza della società, della nostra Nazione. E questa non è assicurata da niente e da nessuno, se non dalla salvezza offertaci da Cristo. Ecco perché ogni momento, ogni età può essere umana o disumana.

La parola del profeta giunge precisamente a queste profondità. La certezza che Dio ci ama, ci dona la garanzia che l’uomo non è abbandonato ad un destino impersonale. Egli, come abbiamo pregato nel salmo, può mutare il nostro lamento in danza.