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Ordinazione di cinque nuovi presbiteri
Cattedrale di S. Pietro, 15 settembre 2007


1. "Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo". Miei cari fratelli e sorelle, la narrazione dell’Esodo che abbiamo ascoltato nella prima lettura è l’inizio della rivelazione di un grande mistero: rivelazione che troverà il suo definitivo compimento nella pagina evangelica appena proclamata.

Quale mistero. La reazione di Dio al male compiuto dall’uomo. Paolo lo chiama il "mistero della pietà" [cfr. 1Tim 3,16], che ci pone di fronte al "mistero della iniquità". Non si comprende l’uno senza l’altro, seriamente.

"Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso…: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto". Il male del popolo eletto ha la sua sede profonda, la sua radice nella coscienza che esso ha di se stesso, ed è di tale potenza che cambia la sua propria identità. Israele non vede più se stesso come il "popolo che Dio si è acquistato" liberandolo dall’Egitto; e pertanto non si sente più obbligato a seguire la via che Dio aveva indicato. È uscito dallo spazio dell’Alleanza; è una vera e propria perversione: "si è pervertito".

Ritroviamo il "mistero di iniquità" nel figlio più giovane della parabola evangelica; anzi è presentato in una maniera anche più profonda.

Che cosa fa il figlio minore? "partì per un paese lontano", così come Israele si era "allontanato dalla via". È l’uscita dalla dimora del Padre; è la rottura della relazione nel cuore. È la decisione di negare l’appartenenza che lo ha generato e lo custodisce, per appartenere solo a se stesso, cioè a nessuno. Una sorta di autofondazione. Non vuole più sottostare ad alcun comandamento; volendo essere solo di se stesso, vive solo per se stesso. Letteralmente "da dissoluto", non sottoposto a nessuna esigenza.

Questo è il "mistero di iniquità" dentro – se così posso dire – al cuore dell’uomo, nel suo lato segreto. Ma la parola di Dio non tace anche a riguardo del lato esterno del "mistero di iniquità", dei risultati sulla condizione di vita. Israele si prostra davanti all’opera delle sue mani. È difficile per noi vedere in questo la condizione dell’uomo occidentale? egli ha voluto concepire e vivere la sua vita "come se Dio non ci fosse", ed ha finito per essere non raramente schiavo, come di un destino ineluttabile, di quel mondo della tecnica creato dalle sue stesse mani.

Ma la pagina evangelica è ancora più rivelatrice. Quale è il risultato della scelta fatta dal figlio minore? "lo mandò nei campi a pascolare i porci". L’uomo che ha voluto essere completamente autonomo, è diventato servo nella peggiore schiavitù. La libertà esercitata nella menzogna è una devastazione dell’umanità della persona.

Come reagisce Dio di fronte al male? quale è il "mistero della pietà"? "Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo" perché egli non può "negare se stesso". Mosè infatti prega: "ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso". L’uomo può rinunciare ad essere figlio; Dio non può rinunciare ad essere padre.

La pagina evangelica ci svela in profondità che cosa significhi per Iddio la fedeltà alla sua paternità. "Quando era ancora lontano, il padre lo vide": il padre non abbandona mai chi si è allontanato. Egli lo "tiene sempre d’occhio". "E commosso gli corse incontro": viene svelato il cuore di Dio, pieno di compassione per l’uomo. Ed inizia la ricostruzione delle rovine della persona. Viene rivestito poiché il peccato lo aveva denudato della sua dignità di figlio. La festa è preparata e la tavola è imbandita: riammesso nella casa del Padre, può partecipare al banchetto eucaristico, vero anticipo e pegno del banchetto eterno.

Il "mistero della pietà" ha affrontato il "mistero dell’iniquità" e lo ha vinto.

2. Carissimi ordinandi, quanto grande appare il ministero sacerdotale di cui fra poco sarete investiti: il mistero della grazia di Dio [cfr. Ef 3,1]. La parola di Dio ve ne fa scoprire la profondità e la grandezza.

Fra il "mistero di iniquità" ed il "mistero di pietà" si interpone Mosè colla sua supplica. Anzi Mosè va oltre. Anche Abramo si era interposto fra il "mistero di iniquità" di Sodoma e Gomorra e il "mistero di pietà" della misericordia divina. Mosè fa di più: si pone in un certo senso dalla parte del "mistero di iniquità" e chiede di condividere il destino del peccatore, e di essere distrutto col suo popolo. È a causa di questo che "il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo".

Miei cari ordinandi, questa sarà la vostra posizione nella vicenda umana, da questa sera: porvi fra il "mistero di iniquità" di un popolo che si è allontanato dalla via, di figli usciti dalla relazione col Padre, e il "mistero di pietà" di cui questa sera voi diventerete gli amministratori.

E non lo farete dall’esterno. Siete chiamati a condividerete il destino dei peccatori, siedere alla loro tavola: per mutarlo radicalmente in un destino di grazia; per far festa con loro a causa della loro umanità ritrovata. Nessuna miseria umana vi lasci indifferenti, radicati e fondati dentro ad uno stupore immenso di fronte al "mistero della pietà".

Risuoni da questa sera nel vostro cuore in tutta verità la parola dell’Apostolo: "Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, e di questo il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me per primo, tutta la sua longanimità".

Solo se avrete sperimentato il "mistero di pietà" avrete una comprensione vera del "mistero di iniquità"; solo se vi metterete dalla parte del "mistero di iniquità" amministrerete fedelmente il "mistero di pietà". Così sia.