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XXXIII DOMENICA PER ANNUM (C)
San Petronio, 14 novembre 2010


1. Cari fratelli e sorelle, la fine dell’Anno liturgico ormai imminente è una grande metafora della fine dei tempi e della storia, quando si compirà la beata speranza e verrà il Signore nostro Gesù Cristo a giudicare i vivi e i morti.

Questa prospettiva della fine e del giudizio finale non ci fa solo guardare avanti, ma ci guida a vivere il momento presente nel modo giusto. Da almeno due punti di vista, l’uno sottolineato dal profeta nella prima lettura e l’altro dalla pagina evangelica.

La pagina profetica parla del giudizio di Dio che discerne "tutti coloro che commettono ingiustizia" da coloro che sono i "cultori del mio [= del Signore] nome". Lo stesso giudizio di Dio, la stessa definitiva sentenza – dice il profeta – sarà come un sole che brucia i primi "in modo da non lasciar loro né radice né germoglio" e che invece "sorgerà con raggi benefici" per gli altri.

Questa pagina profetica dunque ci assicura che l’aspirazione profondamente scolpita nel cuore di ogni uomo, che esista finalmente la giustizia e che sia ristabilito il diritto, non è un’aspirazione vuota. È certo che il Signore "giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine".

Questa certezza e questo sguardo in avanti guida il credente nella tribolazione presente. Non è compito dell’uomo far trionfare la giustizia. Ogni volta che l’uomo si è attribuito un tale compito ha commesso le più gravi ingiustizie. A noi è chiesto di agire giustamente; il resto compete al giudizio di Dio.

In questo contesto si inserisce la pagina evangelica. Essa ci presenta la vicenda umana in termini assai drammatici. Come il credente deve porsi in essa? Con una duplice consapevolezza.

La consapevolezza di dover sopportare persecuzioni di ogni genere: "sarete odiati da tutti per causa mia". La consapevolezza della chiamata ad essere testimoni del Signore, e della potenza che è propria non di chi crocefigge ma di chi è crocefisso per la verità. Questi testimoni vincono "per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio" [cfr. Ap 12,11].

Alla fine la parola profetica e la parola evangelica si illuminano a vicenda. Dentro la tribolata vicenda umana siamo chiamati a rendere testimonianza al Giusto sofferente mediante una condotta giusta. Solo in questo modo già nel tempo si costruisce quel Regno di Dio che alla fine Cristo "consegnerà a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza" [1Cor 15,24].

2. Una parola particolare viene oggi detta a voi, cari agricoltori, da S. Paolo nella seconda lettura.

L’Apostolo si offre come esempio, in che cosa? "noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo".

Cari amici: non faccio fatica, pensando alla vostra vita, a vedervi raffigurati in queste parole apostoliche.

Ma l’Apostolo dice anche qualcosa di più grande. Ci esorta "nel Signore Gesù". Cioè è il Signore Gesù stesso che ci rivolge questa esortazione "di mangiare il proprio pane lavorando in pace".

La pace del lavoro onesto – anche se non stimato nella misura dovuta dalle leggi umane – che dà dignità alla vostra persona e alle vostre famiglie. La pace di chi lavora con coscienza retta, consapevole che col suo lavoro offre a tutti i credenti la possibilità suprema: offrire il divino sacrificio eucaristico. Senza il vostro lavoro infatti non potremmo adorare il Padre in spirito e verità.

Il pane che diventa il Corpo di Cristo ed il vino che diventa il suo Sangue è frutto della vostra terra e del vostro lavoro.