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Esaltazione della Croce
Porretta Terme, 14 settembre 2014


Carissimi fedeli, la coincidenza della festa dell’Esaltazione della S. Croce colla domenica dona una particolare solennità alla vostra celebrazione.

I vostri padri volendo questa celebrazione, hanno voluto che la comunità vivesse un grande momento di contemplazione ed adorazione della Croce. Erano tempi di povertà, spesso di miseria: in Gesù Crocifisso trovavano la forza, il coraggio di vivere. Come anche oggi deve accadere. Mettiamoci dunque in ascolto docile della Parola di Dio.

 

1. La pagina evangelica ci porta al centro della rivelazione divina e della fede: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito". Il "mondo" siamo tutti noi. E’ la vicenda umana del singolo e dell’umanità nel suo insieme. Questo mondo è amato da Dio. Non è lasciato a se stesso: è ultimamente sostenuto e guidato dall’Amore di Dio Padre.

Che la divinità si interessasse e si prendesse cura del mondo, era ritenuto al tempo della prima predicazione del Vangelo una bestemmia. L’indifferenza della divinità verso i casi umani era un’amara certezza dell’uomo antico. E siamo anche noi tentati, a causa di quanto sta accadendo, di ritornare alla visione pagana.

A questo uomo; ad ogni uomo, anche all’uomo di oggi è semplicemente detto: "Dio ha tanto amato il mondo". Né si tratta di un’affermazione per così dire "astratta". L’amore di Dio verso il mondo è testificato da un fatto storicamente accaduto: l’invio dell’Unigenito Dio nel mondo. Egli diventa la rivelazione dell’amore del Padre.

In che modo lo rivela? Attraverso la compassione e la condivisione delle miserie umane, fino alla miseria estrema che è la morte. E’ questa rivelazione che la Chiesa oggi celebra in tutto il suo splendore: l’esaltazione della Croce.

L’apostolo Paolo nella seconda lettura ci consente di entrare, con timore e tremore, dentro al modo con cui Gesù ha vissuto la sua missione. Egli, per prendersi cura di noi dal di dentro per così dire, "spogliò se stesso" della sua gloria divina, e divenne simile all’uomo fino alla morte e alla morte di croce.

E’ chiara dunque l’intenzione divina che è alla base di tutta questa vicenda: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi". Come? "Per mezzo di Lui", cioè di Gesù crocifisso e risorto.

L’uomo entra in questa vicenda divino-umana mediante la fede: chi crede, si salva; chi non crede, si autocondanna, poiché preferisce le tenebre alla luce.

 

2. Carissimi fedeli, terminando la narrazione della passione del Signore, l’evangelista Giovanni, servendosi delle parole del profeta Zaccaria, dice: "volgeremo lo sguardo a colui che hanno trafitto" [Gv 19, 37]. La profezia oggi si sta compiendo fra noi: stiamo volgendo lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto.

Che cosa ci spinge, che cosa ci deve spingere a questo sguardo? La risposta ci è data nella prima lettura: "se questi guardava il serpente di rame, restava in vita". Gesù applica a sé quanto narrato nella prima lettura. Dunque noi guardiamo a Gesù crocifisso per essere guariti. Da quali malattie?

La "malattia" di non fidarci fino in fondo del Signore, e quindi di sentirci, specialmente in certi momenti, come "gettati" nella vita, dentro alle difficoltà. E può nascere in noi quella tristezza del cuore che ci fa così infelici. Guardando con fede il Crocifisso, guardandolo lungamente, la certezza che Dio ci ama scende più profondamente nel nostro cuore, e la pace vera dimora in noi.

L’altra "malattia" da cui siamo guariti, guardando il crocifisso, è il nostro egoismo, la nostra incapacità di amarci come Gesù ci ha amati. E’ questa la radice dei nostri mali; anche deimali che affliggono la nostra società: l’incapacità di preferire il bene comune al proprio bene privato. Guardando il crocifisso con fede, noi impareremo ad amarci nella verità.

Ecco, cari fedeli, ripartiamo da queste celebrazioni del crocifisso con il proposito di avere sempre nelle nostre case il crocifisso, non solo come un soprammobile, ma come immagine a cui guardiamo con fede.