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S. Messa in preparazione alla Pasqua per le Forze Armate
Basilica di S. Francesco, 14 marzo 2008


1. La prima lettura fa parte, cari amici, dell’ultima e più drammatica "confessione" che il profeta Geremia fa in occasione dell’ingiusta carcerazione voluta dai suoi nemici.

La tradizione cristiana ha sempre visto nel dramma esistenziale e nella sofferenza di questo grande profeta biblico la prefigurazione della passione di Cristo. Egli, come e più del profeta, come ci insegna l’apostolo Pietro, "non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia" [1Pt 2,22-23].

Analizziamo dunque amorosamente questo amaro sfogo del profeta, avendo come in controluce e sullo sfondo Gesù stesso nella sua passione.

Geremia è continuamente spiato da falsi amici per poter trovare in lui motivi di condanna. "Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: "forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta"". La ragione di tanto odio verso il profeta era che questi, su ordine del Signore stesso, condannava l’ingiustizia presente nella società del suo tempo; per incarico di Dio stesso il profeta metteva in luce implacabilmente la stoltezza di un re e dei suoi ministri che avrebbero portato alla rovina del popolo.

Lo scontro raggiunse una tale intensità che Geremia fu tentato di rinunciare alla sua missione: "la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: "non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!". Tuttavia egli sente nella profondità della sua coscienza di aver ricevuto dal Signore un incarico che non può tradire senza tradire se stesso: "nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo".

Questa dunque è la condizione del profeta: egli deve parlare in nome di Dio; la sua denuncia è inefficace, anzi gli causa la sua carcerazione. Ed allora, che cosa fare? Ecco la via di uscita: "il Signore è al mio fianco come un prode valoroso … a te ho affidato la mia causa".

2. Cari amici, la divisa che voi portate, dice che avete scelto il servizio al bene comune come l’impegno della vostra vita. Questo servizio può assumere forme diverse a seconda dell’arma a cui appartenete, ma nella sostanza è la stessa missione: che sia difeso e promosso quel bene comune la cui condivisione costituisce il vero e più robusto tessuto connettivo del nostro popolo, e quindi dello Stato.

Lavoro difficile il vostro, duro mestiere in certi momenti almeno. E pertanto anche voi potete trovarvi a vivere il dramma interiore del profeta Geremia. Ma egli, come avete sentito, vi offre un grande insegnamento.

A nessuno di noi è chiesto di far trionfare la giustizia, ma di agire sempre con giustizia. La prima cosa non può esserci chiesta, perché non dipende da noi; dipende invece da ciascuno di noi l’agire con giustizia. E la vicenda umana dimostra che quando si è dimenticata questa semplice e profonda verità, sono stati creati i sistemi più oppressivi ed ingiusti. Alla fine, il profeta – come abbiamo sentito – nella consapevolezza e di una missione compiuta e di un suo fallimento storico, compie il supremo atto di sapienza etica e storica: "a te ho affidato la mia causa".

Sì, miei cari amici, la parola e l’esperienza del profeta ci conducono a considerare la grande verità della Provvidenza di Dio alla quale solamente compete di "saldare i conti" di tutti e di tutto. La Provvidenza di Dio è un ordinamento universale, comprendente il tempo e l’eternità, ed opera la perfetta unione fra l’agire dei giusti e il trionfo della giustizia al momento finale del suo divino giudizio. Non possiamo mai dimenticare che quaggiù le partite si iniziano, ma si saldano nell’eternità.

Ecco perché, alla fine, al profeta, giusto messo in carcere dalla violenza del potere, non resta che dire: "a te ho affidato la mia causa". Questo atto di affidamento gli dona una speranza così certa che può già intonare il canto di vittoria: "Cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori".

Cari amici, fra qualche giorno celebreremo la passione del Giusto. Nella sua passione Cristo ha affidato a Dio la "causa dell’uomo": la causa di ciascuno di noi è già stata affidata al Dio ricco di misericordia. E Dio l’ha accolta, risuscitando il Giusto ed introducendo in radice ciascuno di noi nella sua vita eterna.