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"Tre giorni del Clero"
Seminario Arcivescovile, 13 settembre 2010


Cari fratelli, il Signore ci dona di iniziare la nostra Tre giorni nella memoria di uno straordinario pastore, S. Giovanni Crisostomo. Giovanni Crisostomo ed Agostino sono i nostri due amici di questi giorni.

La fede della Chiesa ci insegna che l’Eucaristia è celebrata in una comunione vera coi Santi. Dunque stiamo vivendo l’esperienza di una vera compagnia con Giovanni Crisostomo. Ed allora, cari fratelli, ci poniamo per qualche momento alla sua scuola, ascoltiamo le sue parole: per essere aiutati da lui ad avere una coscienza sacerdotale più radicata nella grande tradizione della Chiesa.

1. Giovanni è innanzitutto rapito dalla bellezza del sacerdozio cristiano; è dominato da un profondo stupore quando ne contempla l’intima grandezza. È una bellezza ed una grandezza che rifulgono soprattutto quando il sacerdote compie l’azione liturgica.

"Allorquando tu vedi il Signore immolato ed il sacerdote in piedi inchinato sulla vittima in preghiera e tutto imporporato di quel sangue prezioso, pensi di essere ancora fra gli uomini e di vivere sulla terra, o non credi piuttosto di essere migrato nei cieli e, respingendo ogni pensiero carnale, attorno a te non vedi … ciò che si vede nei cieli?" [Dialogo sul sacerdozio III, 4; S Ch 272,143-145].

Cari fratelli, siamo ancora capaci di stupirci di fronte al nostro sacerdozio, di essere rapiti dallo splendore della sua verità? O forse non sentiamo pagine come queste pura retorica, oppure come espressione di una teologia del sacerdozio non retta?

Cari fratelli, in questo modo tipicamente crisosteo di porsi di fronte al sacerdozio cristiano viene a noi un grande insegnamento. La prima domanda che di fronte al nostro sacerdozio dobbiamo porci, non è "che cosa devo fare?", ma "chi sono?". E la coscienza della propria identità deve essere generata in noi dalla dottrina della fede riguardante il sacerdozio.

Crisostomo vede risplendere l’essenza del sacerdozio soprattutto nel suo rapporto coll’Eucaristia, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. Cari fratelli, come già altre volte ebbi occasione di dirvi: la celebrazione dell’Eucaristia è l’unica chiave interpretativa di tutta l’esistenza sacerdotale. È essa il fattore di sintesi e di unificazione della vita e del ministero sacerdotale. Se e quando si dissolve la sintesi eucaristica, inevitabilmente il governo si corrompe nel giuridicismo, l’insegnamento della dottrina della fede nel magistero dei professori, la celebrazione dei santi Misteri nel sociologismo.

2. Giovanni è profondamente convinto che il ministero pastorale istituisce un rapporto con Cristo, che nasce esclusivamente dall’amore a Cristo.

"Quale vantaggio più grande potrebbe esistere … che di fare ciò che Cristo stesso ha detto di essere una prova d’amore a suo riguardo? … il maestro domanda al discepolo se lo ama, non per apprenderlo lui stesso dalla bocca di questi … ma per insegnarci quanto Egli si preoccupa della cura delle pecore… Non che volesse farci vedere quanto Pietro lo amasse … ma quanto Lui ama la Chiesa, ed ha voluto che Pietro e tutti noi l’imparassimo, affinché noi pure, in questo campo, ci comportassimo con molto zelo… Avrebbe potuto dire: " se tu mi ami, datti al digiuno, dormi per terra, prolunga le tue veglie, difendi gli oppressi, sii un padre per gli orfani e un difensore delle vedove". In realtà, che cosa dice? "pasci le mie pecore" [ibid. 101, 103,105].

Cari fratelli, è qui presente – sia pure in quello stile che è così proprio del Crisostomo – una visione del ministero sacerdotale che è comune a tutti i Padri della Chiesa, e che sarà ripresa in maniera esplicita ed argomentata nell’Esortazione post-sinodale "Pastores dabo nobis"

È la carità pastorale che spiega ultimamente tutta la vita sacerdotale. Il Concilio Vaticano II ha dato il suo più profondo insegnamento sull’uomo quando ha detto che l’uomo trova se stesso solo nel dono sincero di se stesso. È una legge strutturale della persona: essa si realizza [ritrova se stessa] solo nella misura in cui si dona, cioè ama.

Ma il santo Dottore non intende richiamare tanto la nostra attenzione su una dimensione antropomorfa, ma cristologico-ecclesiologica del nostro ministero. È il nostro rapporto con Cristo che genera il nostro rapporto coi fedeli; la qualità dell’uno genera la qualità dell’altro: tale è il rapporto coi fedeli quale è il rapporto con Cristo.

Cari fratelli, tutto si capisce in questa luce; tutto diventa problematico se questa luce si offusca. Si capisce il nostro celibato e la solenne promessa di obbedienza. Se l’uno e l’altro non si vedono nella luce del rapporto con Cristo, il celibato diventa solo rinuncia e l’obbedienza attitudine contro la dignità della persona. La pagina crisostea è di una importanza drammatica per la nostra vita sacerdotale. Essa o è tutta amore a Cristo o è un non senso.

Cari fratelli, Giovanni Crisostomo era ben consapevole delle difficoltà che sconvolgono o possono sconvolgere l’animo sacerdotale ["ondate assediano l’anima di colui che ha ricevuto il sacerdozio, più numerose dei venti che scompigliano il mare"].

"Crisostomo teme (o ha temuto) il ministero, le sue responsabilità e le sue tribolazioni; farà di tutto per evitare la carica dell’episcopato; nel momento in cui si cerca di imporgliela, gli sembra che si voglia gettarlo in un inferno" [H. De Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa, Jaca Book, Milano 1979, 196].

All’amico Basilio che gli rimprovera la sua resistenza; "ma allora tu, tu, tu non ami Gesù Cristo", Giovanni risponde: "l’amo e non cesserò di amarlo, ma temo di offendere colui che amo" [op. cit., 119].

E questo è tutto: il sacerdozio è la più alta prova d’amore, ma proprio per questo chi lo vive, si sente indegno di esserlo.