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Solennità di S. Clelia Barbieri
Santuario di S. Maria delle Budrie
San Giovanni in Persiceto, 13 luglio 2007


1. "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli".

Cari fratelli e sorelle, celebrando questi divini misteri uniamo la nostra umile lode alla lode che Cristo fa salire al Padre. E la ragione della lode di Cristo e nostra è che il Padre ha rivelato se stesso ed il suo amore non "ai sapienti e agli intelligenti" ma "ai piccoli". La decisione del Padre di prediligere i piccoli trova puntuale conferma nella vicenda umana e cristiana di Clelia Barbieri. Essa è piaciuta al Re, che l’ha introdotta nel suo palazzo.

Miei cari fratelli e sorelle, siamo venuti questa sera ad una scuola dove si apprende un sublime insegnamento: ci viene insegnato ad uscire dalle apparenze false e bugiarde per entrare finalmente nella realtà; alla scuola di Clelia impariamo ad essere e a vivere nella verità.

Se ci domandiamo: "chi è la persona di successo? la persona che vive una vita riuscita?" e rispondiamo secondo la sapienza comune, dovremmo concludere che Clelia non appartiene a quelle persone. Ella passò tutta la sua vita in questo luogo sperduto nella campagna bolognese; non possedette ricchezza alcuna ma visse in estrema povertà; non ebbe pressoché alcuna istruzione.

Ma se ci liberiamo da queste realtà apparenti e guardiamo la realtà alla luce della parola di Dio, allora vediamo che Clelia è – secondo la parola del salmo - "tutta splendore": ella ricevette dal Padre la rivelazione del regno e fu introdotta nell’intimità nuziale col Cristo.

Miei cari fratelli e sorelle, Clelia è una grande maestra perché ci libera dalla ipnosi della realtà visibile e ci introduce nell’universo delle realtà eterne.

2. La parola di Dio ci aiuta anche a capire quale è la misura della vera grandezza della persona umana. Un testo del Concilio Vaticano II insegna che l’uomo ritrova se stesso nel dono autentico di se stesso.

La misura della grandezza di una persona è data dalla misura della sua capacità di amare; tanto sei grande quanto sei capace di amare. L’arte dell’amore è l’arte delle arti, e del suo insegnamento si è incaricato Dio stesso. Lo ha fatto non imponendoci il comandamento dell’amore, ma trasformando il nostro cuore di pietra in un cuore di carne.

Leggendo la breve biografia di Clelia ciò che colpisce maggiormente è la sua intima elevazione ad una capacità di amare davvero eminente. Ella è stata trasformata nel suo incontro con l’Eucarestia, e fu nei "momenti eucaristici" che ricevette le più alte partecipazioni alla carità di Cristo.

Miei cari fratelli e sorelle, nella breve vita di Clelia si realizza quella sintesi mirabile che costituisce tutta l’esperienza cristiana: l’amore di Cristo e dei fratelli. La "sposa di Cristo" diventa "madre Clelia" per i più piccoli e poveri.

3. Il grande magistero di Clelia si rivolge a tutti gli stati della vita cristiana.

- Si rivolge a noi sacerdoti. La nostra vita ha senso per il servizio ai fedeli che il Signore ci ha affidato. A Pietro prima di affidargli il suo popolo, Gesù chiese se lo amava. Come a dire: il ministero pastorale è il segno dell’amore a Cristo. La piccola-grande Clelia ci ottenga il dono della carità pastorale.

- A voi figlie di S. Clelia e a voi tutte vergini consacrate al Signore, la vita di Clelia dona la definizione stessa della vostra esistenza: amare Cristo con cuore indiviso servendo i suoi fratelli e sorelle più deboli. Clelia vi ottenga una così profonda intimità col Signore che, dimentiche completamente di voi stesse, vi precipitiate negli abbracci del vostro Sposo, vedendo colui che amate e amando colui che vedete.

- A voi carissimi sposi, chiamati alla grande missione di essere il segno visibile del patto nuziale che lega Cristo e la Chiesa, Clelia ottenga il dono di un vero amore coniugale che trasformi la vostra persona in un reciproco dono.

Partiamo da questo luogo santo con l’intima convinzione che non c’è che una sola infelicità per l’uomo: quella di non essere santi, cioè quella di non essere capaci di amare.