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Sesta Domenica di Pasqua (Anno B)
Cattedrale, 13 maggio 2012


1. Le parole che oggi il Signore ci dice, ed in particolare a voi, cari fratelli e sorelle infermi, sono parole di grande consolazione. Esse infatti ci dicono chi è Dio veramente. Ascoltiamo.

"Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore". L’Apostolo non intende esporre una teoria circa Dio e la sua natura, che fosse frutto di studi difficili e prolungati. Egli ha constatato semplicemente due fatti nei quali Dio si è manifestato per ciò che è.

Il primo fatto è narrato nel modo seguente: "Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui". Dio si è preso cura di ciascuno di noi fino al punto che non ha risparmiato il suo Figlio unigenito. Dio non voleva che la nostra vita fosse alla fine preda di una morte eterna. Ha voluto che diventassimo partecipi della sua vita stessa, e ha mandato per questo il suo Figlio unigenito.

Il secondo fatto è narrato nel modo seguente: "non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati". Cari fratelli e sorelle, l’amore che Dio ha per noi è un amore immotivato perché è preveniente. Il nostro per Lui è solo un amore che risponde a chi ci ha amato per primo. Dio non ci ama perché vede che a causa della nostra bontà, meritiamo di essere amati. È vero il contrario: se facciamo qualcosa di buono, se abbiamo qualche merito, è perché Dio ci ha amato "e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati".

È sulla base di ciò che ha visto vivendo con Gesù, che Giovanni scrive: "Dio è amore". Ascoltate che cosa scrive S. Agostino: "Che cosa si poteva dire di più, fratelli? Se per quanto riguarda la lode dell’amore non venisse detto nient’altro nel corso di tutte le pagine di questa Lettera, e se non venisse detto più nulla nel corso di tutte quante le altre pagine della Scrittura, e se dalla bocca dello Spirito di Dio noi sentissimo dire questa sola cosa, ossia che Dio è amore, noi non dovremmo domandare di più" [Commento alla prima Lettera di Giovanni, Discorso IV. 5].

L’apostolo però ci ha fatto anche un’esortazione: "carissimi, amiamoci gli uni gli altri". Comprendete ora bene qual è la ragione ultima di questo comandamento. Agire contro l’amore è agire contro Dio. Qualcuno potrebbe pensare: "se non amo il mio prossimo, io pecco o faccio del male solo ad esso". No: non solo ad esso. "Ma come fai a non peccare contro Dio, quando pecchi contro l’amore? Dio è amore" [S. Agostino, ibid. IV. 5].

2. Ci sono tuttavia dei momenti o delle situazioni che durano anche a lungo, le quali possono indurci a dubitare perfino dell’amore che Dio ha per ciascuno di noi. Possono essere momenti di dolore, di tristezza, di delusione, di abbattimento, di solitudine e, perfino, di disperazione. E sorge inevitabilmente la domanda: perché? è un interrogativo che, alla fine, riguarda il senso del nostro soffrire.

In un Salmo il Signore risponde a chi lo stava pregando, colle seguenti parole: "presso di lui io sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso" [Sal 91 (90), 15].

Dio ha dato il suo Figlio unigenito perché fosse vicino a noi quando attraversiamo la tribolazione. Egli, il Figlio unigenito, ha assunto la nostra natura umana per conoscere per esperienza le nostre sofferenze. Non abbiamo dunque un Dio che non sappia comprenderci.

E ci dona non una compassione priva di efficacia. Con Gesù, chi soffre comprende gradualmente che la sua sofferenza non è inutile, ha un senso. Unendoci a Gesù, noi rendiamo le nostre sofferenze fonte di grazia per la Chiesa.

Vicino alla Croce c’era Maria. Ella in quel luogo ha ricevuto una maternità più estesa: è diventata Madre di ciascuno di noi, in modo particolare nel momento della sofferenza. Ella ci aiuta a soffrire con Gesù; a rendere la nostra sofferenza una benedizione per la Chiesa.

Carissimi fratelli e sorelle, "chiediamo a voi tutti, che soffrite, di sostenerci. Proprio a voi, che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa" [Giovanni Paolo II, Es. Ap. Salvifici doloris 31, 8; EV 9, 685].