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Domenica in albis e Festa della Famiglia
Crespellano, 12 aprile 2015


Due sono gli episodi narrati nella pagina evangelica appena proclamata, carissimi sposi: l’incontro di Gesù risorto coi suoi discepoli la sera di Pasqua: l’incontro con Tommaso otto giorni dopo. Dedichiamo la nostra riflessione al secondo episodio.

1. Due sono i momenti narrativi della pagina evangelica: il cammino di Tommaso dall’incredulità alla fede; la condizione di chi, come noi, non ha potuto “toccare” le piaghe del Risorto. I due momenti sono tuttavia molto connessi tra loro.

L’evangelista aveva già parlato di Tommaso [14, 5]. Egli aveva già manifestato la sua difficoltà a capire la via di Gesù. E’ logico dunque che, visto quanto era accaduto a Gesù una decina di giorni prima, non riesca a crederlo risorto, nonostante la testimonianza dei suoi amici. Tommaso vuole un contatto fisico con Gesù crocefisso per essere certo che Egli è risorto. E’ una pretesa che l’apostolo esprime in modo molto circostanziato: le mani nel segno dei chiodi; il dito dentro il costato. Per credere esige prove tangibili. Mi viene da dire, è il primo positivista: ciò che non è verificabile, non è reale.

La parola che Gesù rivolge a Tommaso è piena di dolcezza infinita. Essa fa capire all’apostolo che il Risorto conosce i suoi dubbi; è entrato nel suo cuore: «non essere più incredulo, ma credente». Ed il Risorto si mette a disposizione per essere controllato invitandolo anche al controllo più intimo: «stendi la tua mano e mettila nel mio costato». E Tommaso pronuncia la più alta professione di fede presente nel quarto Vangelo: «mio Signore e mio Dio». Essa professa che Gesù, con il quale l’apostolo aveva convissuto; che sapeva essere stato crocefisso e sepolto: quel Gesù è Dio e Signore. Proprio a lui, a Tommaso che voleva verifiche e controlli fisici, nell’incontro col Risorto è rivelata la verità più profonda della risurrezione: colui che è stato crocefisso ed ora è risorto, è Dio.

La professione di fede di Tommaso attesta anche una profonda commozione personale: «mio Signore» dice «mio Dio».

Qui entriamo nel secondo momento narrativo della pagina evangelica, il più importante. Ciò che preme soprattutto all’evangelista infatti è condurre tutti noi ad una profonda fede in Gesù risorto: è guidarci ad un incontro vero col Risorto come con una persona viva e presente.

Gesù volge il suo sguardo al futuro: al futuro della sua Chiesa, nella quale è anche ciascuno di noi. Anche noi, come Tommaso, in certi momenti facciamo fatica a credere che Gesù è veramente risorto. Egli può ridursi ad un’idea, ad una dottrina, ad una morale. Ma le idee, le dottrine, la morale non possono essere toccate, viste. Ed allora siamo messi peggio di Tommaso. «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». E’ la nostra beatitudine. E’ sulla testimonianza della Chiesa, fondata sulla testimonianza degli Apostoli proclamata dai loro successori, che noi possiamo vivere la stessa esperienza di Tommaso.

2. Carissimi sposi, anche voi potete attraversare la difficoltà di Tommaso. Intendo dire in quanto sposi. Il vostro matrimonio è radicato dentro un “grande mistero”: il vincolo che unisce in un solo corpo Cristo e la Chiesa. Ma, specialmente in certi momenti, può essere difficile credere a questo, e quindi siete tentati di pensare al vostro matrimonio come un patto semplicemente umano, del quale ci si può perfino annoiare.

«Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno». Beati gli sposi che vedranno sempre nel loro matrimonio lo splendore del mistero di Cristo e della Chiesa, anche attraverso l’opacità di una quotidianità annoiata e confusa.

«Sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome». Quali scritti? Le pagine della Scrittura che parlano del vostro matrimonio, spiegate dalla Chiesa. Nutritevi di esse; nutritevi del Magistero della Chiesa; chiedete ai vostri sacerdoti che vi conducano a dissetarvi a queste fonti. Ed il matrimonio vostro non diventerà mai terra arida e deserta.