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Solennità del Corpo e Sangue del Signore
11 giugno 2009


1. Cari fedeli, la celebrazione che stiamo compiendo è abitata dal ricordo di un evento passato, da una presenza, e dalla prospettiva del futuro.

L’evento passato è narrato nella seconda lettura colle seguenti parole: «Cristo … entrò una volta per sempre nel santuario … con il proprio sangue, dopo averci ottenuta una redenzione eterna». È l’evento della morte di Cristo di cui ci viene svelato il significato intimo. Mediante la sua morte il Signor Gesù è “passato da questo mondo al Padre” [cfr Gv 13,1]; ha introdotto la nostra umanità nella vita divina, ottenendoci una redenzione che dura per sempre. Noi siamo qui, questa sera, per professare, anche pubblicamente, la nostra incrollabile certezza: è stata la morte di Cristo che ha cambiato la nostra condizione umana. Altri, molti altri hanno promesso e tentato di cambiare in meglio la nostra condizione, ma non raramente hanno cercato di farlo colla violenza fisica o psicologica, mediante l’esercizio del potere. Non così ha fatto il nostro Redentore.

Questa sera noi diciamo pubblicamente: «il mondo viene salvato dal Crocefisso e non dai crocefissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini» [Benedetto XVI].

2. Ma noi siamo in questa piazza, non solo per ricordare il Fatto che ci ha donato una salvezza eterna, ma perché, facendone memoria noi, lo rendiamo presente in mezzo a noi. La celebrazione dell’Eucaristia infatti ri-presenta il sacrificio della croce, dandoci la possibilità di partecipare alla redenzione eterna ottenutaci da Cristo colla sua morte.

Come ci viene narrato nel santo Vangelo appena proclamato, «il nostro salvatore nell’ultima cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce» [Conc. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium 47]. Non è un mero simbolo che noi porteremo fra poco per le vie della nostra città. È lo stesso nostro Signore Gesù Cristo che, nella figura del pane, percorre le nostre strade.

E lo facciamo perché questo passaggio di Cristo sia una grande benedizione per la nostra città. È in Cristo che il Padre ha benedetto l’uomo, con ogni benedizione spirituale [cfr. Ef 1,3]. Andremo in processione quindi perché Cristo sia benedizione sulla sofferenza dei nostri ammalati, sulla solitudine dei nostri giovani e sulle loro speranze, sulle difficoltà delle nostre famiglie.

3. La nostra celebrazione quindi ci apre anche verso il futuro: noi stiamo fermi attorno all’altare, ma partendo con Cristo da esso ci mettiamo in cammino lungo quelle strade su cui cammina la nostra esistenza quotidiana. In ciò che facciamo questa sera, cari fedeli, è raffigurato tutto il senso della presenza di noi cristiani nella nostra città.

«Prendete e mangiate … Bevetene tutti», ci dice il Signore parlando del suo Corpo e del suo Sangue.

Questo mangiare e bere è il segno efficace della nostra assimilazione a Cristo; scopo di questa comunione, di questo cibarsi, è che Cristo viva in ciascuno di noi, Lui che è l’Amore che si dona.

Perciò questa comunione implica ed esige che noi siamo poi i suoi testimoni nella vita di ogni giorno; che noi seguiamo Colui che ci ha preceduti nel servizio al bene dell’uomo.

Se noi saremo fedeli discepoli del Signore, è da questo altare che può partire il rinnovamento più profondo della nostra città: e ne ha tanto bisogno!