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Tre Giorni del Clero
Celebrazione Eucaristica
Seminario, 10 settembre 2012


1. La disputa fra Gesù e gli Scribi e i Farisei ha un grande significato per noi pastori.

Quale è esattamente la "materia del contendere" tra Scribi e Gesù? In che misura la legge, anche la più intangibile come quella del sabato, si impone all’uomo che si trova di fronte ad un bisognoso.

In sostanza, la posizione di Gesù è chiara: fare il bene è salvare; fare il male è tirarsi indietro davanti a un bisognoso. L’unico obbligo che non ammette dispense e non sopporta sospensione è fare il bene: in concreto aiutare chi è nel bisogno. Contro questo, dirà poi Paolo, non c’è legge.

Da questo punto di vista, viene superata una certa distinzione fra il tempo sacro e il tempo profano, poiché – come scriveva Giacomo - "una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo" [Gc 1, 27].

Le due domande di Gesù quindi non sono un sarcasmo. Le guarigioni che Gesù compie infatti sono il segno visibile della sua potenza salvifica, della sua attività redentiva. Attività che non poteva interrompersi, perché questa era la volontà del Padre e la sua missione. "Il Padre mio opera sempre e anch’io opero"; "il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre: quello che egli fa, anche il Figlio lo fa" [Gv 5, 17.19].

La guarigione della mano destra inaridita ha quindi un significato molto profondo. Rabano Mauro commenta nel modo seguente: "L’uomo che aveva una mano inaridita, è figura del genere umano. Esso, avendo steso la mano all’albero si trovò inaridito di buone opere, e venne sanato dalla mano innocente stesa sulla croce … Gesù comanda che la mano inaridita bisognosa di guarigione sia distesa, poiché la debolezza di un’anima che non porta frutto, non viene curata meglio che con la generosità dell’elemosina" [in S. Tommaso d’A., Catena aurea I, XII, 2; ed. Marietti, 194 A].

La vera guarigione dell’uomo consiste nel recupero della capacità di "stendere la mano", cioè di amare, poiché la sua malattia mortale è l’incapacità di donarsi. Ogni giorno ci è dato perché impariamo la scienza dell’amore.

2. Cari fratelli, la pagina evangelica è luce che ci guida alla comprensione più profonda del nostro sacerdozio. Esso può essere vissuto nella verità solo se la "nostra mano destra sarà sempre distesa": se avremo il cuore costantemente aperto ad ogni miseria umana.

Gesù dice a Tommaso: "stendi la tua mano e mettila nel mio costato" [Gv 20, 27]. Narra una leggenda medioevale che Tommaso ritirò la mano sporca di sangue, e nonostante tutti i tentativi essa rimase insanguinata tutta la vita. Solo bagnata dal sangue di Cristo, la mano inaridita dell’Adamo che è in noi, si distenderà verso l’uomo bisognoso di redenzione.

Questo contatto col sangue di Cristo avviene nella celebrazione dell’Eucaristia. Essa ha, se celebrata con fede e devozione, una straordinaria efficacia sul nostro cuore sacerdotale, poiché la celebrazione eucaristica ci fa passare dalla dottrina della fede, all’esperienza vissuta della res credita. Nel suo Itinerarium mentis in Deum, San Bonaventura scrive: "Colui che guarda attentamente [il crocifisso] … compie con Lui la Pasqua, cioè il passaggio" [VII, 2]. È il passaggio dal "vivere per se stessi" al "vivere per Colui che è morto e risorto per noi".

Da oggi cominceremo a meditare sul grande mistero della predicazione: è il primo atto di carità notificare all’uomo che Dio lo ama.

Distendi dunque, Signore Gesù, le nostre mani inaridite; spira il tuo Santo Spirito sulle nostre ossa aride, perché possiamo vivere della tua stessa vita. Così sia!