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Solennità di san Donnino
Fidenza, 9 ottobre 2006


La solennità del martire S. Donnino al quale i nostri padri hanno voluto affidare la protezione di questa nobile città di Fidenza e nel cui onore hanno voluto erigere questo tempio mirabile, insigne esempio dell’arte cristiana, ci obbliga a riflettere sulla nostra identità personale di discepoli di Cristo e sull’identità della convivenza civile.

Ringrazio sentitamente l’Ecc.mo Vescovo di questa Chiesa di avermi dato la possibilità di celebrare i divini Misteri in questa Cattedrale a me tanto cara, in mezzo a sacerdoti che per tanti anni mi sono stati maestri e fratelli nel sacerdozio. E rivolgo un saluto riverente alle autorità civili e militari presenti a questa solenne celebrazione così carica di significato.

1. "Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna". Il martirio cristiano, il martirio di S. Donnino nasce dal consenso a queste parole di Gesù: conservare la propria vita al prezzo di tradire le ragioni per cui vale la pena vivere, significa perderla. E per il cristiano l’unica ragione di vivere è la fedeltà a Cristo; è la sua conoscenza e la partecipazione alla sua gloria. Il martirio cristiano nasce dalla coscienza che appartenere a Cristo è il nostro vero destino ed il compimento pieno della nostra umanità. Una delle figure più insigni del martirio cristiano, S. Ignazio d’Antiochia, rivolgendosi ai cristiani di Roma scrive: "Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là sarò veramente uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio" [Ad Romanos VI,3; ed. F.X. Funk I, 261]. Donnino ha amato veramente la sua vita perché l’ha perduta per amore di Cristo.

Ma oggi al martirio cristiano si guarda non raramente con occhi sospettosi. Esso, il martirio cristiano, proprio nella sua stessa essenza di testimonianza data alla verità cristiana fino alla morte, non contraddice forse uno dei fondamenti della nostra civiltà, la tolleranza? Affermare, come fa il martire colla sua morte, di aver trovato una verità non insidiata da nessun dubbio, non è forse una pericolosa presunzione che deve essere abbandonata se si vuole superare la violenta intolleranza che ha caratterizzato i rapporti delle persone convinte di conoscere verità assolute? Il martire oggi è più che mai scomodo perché nella sua apparente sconfitta e pur essendo egli la vittima della intolleranza, contesta radicalmente la diffusa opinione che per annullare le tensioni basta annullare le differenze. Basta che tutti ci convinciamo che non c’è nulla per cui valga veramente e assolutamente la pena di vivere e quindi di morire; che non c’è verità da cercare nella vita, ma solo opinioni soggettive. Carissimi fedeli, il martire ripropone la domanda fondamentale per ogni uomo: esiste una verità per cui valga veramente ed assolutamente la pena di vivere e quindi anche di morire? E se esiste, che posto essa ha nella vita?

Carissimi fratelli e sorelle, mi limito ad una sola riflessione. Il martire ci insegna che il riconoscimento della verità è la condizione più profonda della libertà, di fronte ad ogni potente di turno: "conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" [Gv 8,32]. E’ la verità che rende liberi davanti al potere e dà la forza del martirio. E’ stato così per Cristo, modello e causa di ogni martirio, quando posto di fronte a Pilato disse: "Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità" [Gv 18,37].

È stato così per i figli di Mattatia ai quali il padre rivolge le nobili parole ascoltate nella prima lettura. È stato così per Donnino che morendo ha sconfitto la prepotenza.

2. Vi dicevo all’inizio che il martire ci obbliga a riflettere sulla nostra identità di discepoli del Signore. Se infatti il "martirio del sangue" è riservato solo ad alcuni, il "martirio della volontà" è la vocazione di ogni cristiano: è la pura e semplice definizione della vita cristiana. Il Concilio Vaticano II insegna: "Se a pochi è concesso [il martirio del sangue], devono però tutti essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini, e a seguirlo sulla via della Croce durante le persecuzioni, che non mancano mai nella Chiesa" (Cost. dogm. Lumen Gentium 42). A creare i martiri non sono malintesi umani che un dialogo migliore potrebbe togliere, ma una necessità intrinseca al messaggio evangelico: la sua contrapposizione ai prìncipi di questo mondo. Ed ogni cristiano è posto in questa contrapposizione.

Da che cosa oggi è insidiata questa vocazione del cristiano al martirio così inteso? Da una progressiva evanescenza della persona di Gesù come persona vivente in mezzo a noi. E la persona del Signore risorto è resa evanescente dal momento in cui cominciamo a pensare che la fede cristiana consista nell’affermazione di alcuni valori morali condivisibili da tutti. Alla singolare unicità di Cristo si sostituisce un generico comune codice morale che spesso maschera una ricerca del proprio utile. Il "caso serio" del Crocefisso-Risorto si svuota in un superficiale chiacchiericcio umanistico e pacifista.

Il martire ci pone di fronte la serietà della nostra sequela di Cristo e dice oggi a ciascuno di noi:

"Dimori sempre in te il comandamento di Dio e ti offra senza interruzioni luce e splendore per il discernimento degli eventi; poiché se esso occupa da molto tempo la direzione della tua anima e predispone per te opinioni veritiere su ciascuna cosa, non permetterà che tu sia mutato in peggio da alcuna delle cose che accadono, ma farà sì che con la mente così predisposta tu possa reggere, come scoglio lungo il mare, sicuro e immoto alla violenza dei venti e all’assalto dei flutti" (S. Basilio di Cesarea).

Carissimi fidentini, miei cari fratelli e sorelle: il grano caduto in terra non è rimasto solo. Seminato nella vostra terra, il martire Donnino ha generato un popolo ed una storia, la nobile storia di questa città. Rimanete radicati e fondati nella vostra origine cristiana; una generazione narri all’altra l’opera del Signore, perché questa nobile città di Fidenza custodisca sempre ciò che ha di più prezioso: la fede generatrice di vera civiltà.