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Giornata di preghiera e digiuno per i cristiani perseguitati dello Stato indiano dell’Orissa
9 settembre 2008

Letture Bibliche: 1 Pt 3,14-17
Gv 12,24-26


1. "In verità, in verità vi dico: se il chicco di frumento caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore, produce molto frutto". Cari fedeli, a noi riuniti per celebrare l’Eucaristia per i nostri fratelli perseguitati la parola evangelica rivolge l’invito di "volgere lo sguardo" al chicco di frumento che caduto in terra muore. È questa una delle più suggestive metafore dell’atto redentivo di Cristo. Egli è il Verbo che si fa nostro cibo nel pane eucaristico, che è il "suo Corpo offerto in sacrificio per noi".

È il dono che Cristo fa di Se stesso la causa di ogni giustizia; l’evento che trasforma la nostra condizione mortale.

"Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo". La morte del Signore indica la via che ogni suo discepolo è chiamato a percorrere. "Dove sono io, là sarà anche il mio servo". Anche il discepolo dovrà donare la sua vita, se non vuole perderla; dovrà morire, se vuole portare molto frutto. Non possiamo giungere là dove è il Signore, se percorriamo una via diversa da quella percorsa dal Signore.

È alla luce di questa parola divina che possiamo comprendere il significato profondo di quanto è accaduto e sta accadendo in Orissa. I nostri fratelli e sorelle stanno percorrendo la via del Signore. Essi sono il chicco di grano che caduto nella terra indiana, porterà molto frutto. Hanno ritenuto che "è meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male".

2. L’apostolo Pietro ci insegna come dobbiamo affrontare queste situazioni di persecuzione. "Non vi sgomentate per paura di chi vi perseguita, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domanda ragione della speranza che è in voi".

La radice della nostra forza è la nostra adorazione di Cristo: un’adorazione non solo esteriore, ma che avviene "nei nostri cuori". Solo chi riconosce come unico Signore il Cristo, non piega le ginocchia davanti a nessun altro padrone. È l’atto di adorazione la vera liberazione della nostra libertà. Libertà da ogni tradizione culturale, da ogni costume e classificazione sociale, come ci stanno insegnando i nostri fratelli e sorelle perseguitati: libertà di donarsi.

Nel momento in cui il discepolo dona la vita, egli testimonia una speranza piena di immortalità. Egli dà ragione di questa speranza non parlando ma morendo.

3. Cari fratelli e sorelle, noi ci troviamo nella nostra Cattedrale perché, facendo nostro l’accorato appello del S. Padre, vogliamo col digiuno e la preghiera condividere la stessa passione di chi è perseguitato per il nome del Signore.

Non possiamo però non sentire – come per altro hanno fatto uomini pensosi – l’assordante silenzio che i mezzi della comunicazione [esclusi quelli cattolici] stanno mantenendo su queste gravi violazioni a fondamentali diritti della persona: il diritto alla vita, e il diritto alla libertà religiosa.

Questo "assordante silenzio" ci dona materia di profonde riflessioni. Perché ci si mostra più preoccupati della sorte degli orsi polari che di uomini e donne colpevoli solo di aver scelto la fede cristiana?

Il martirio disturba gravemente chi ritiene che alla fine tutto è negoziabile; chi nega che esista qualcosa di indisponibile e che non può essere mercanteggiato. Il martire esalta la dignità della persona in modo che non può che essere censurato da chi pensa che alla fine l’uomo è solo un frammento corruttibile di un tutto impersonale. La grandezza del martire smaschera la povera nudità del relativismo.

Cari fedeli, i fratelli e sorelle perseguitati ci stanno dando il più grande insegnamento sull’uomo, sulla sua dignità, sulla sua altissima vocazione.

Uscendo questa sera dalla nostra Cattedrale, non ci turbi più nulla, ma adorando solo Cristo nel nostro cuore, siamo "pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è" in noi.