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Solennità della Beata Vergine di San Luca
Cattedrale, 9 maggio 2013


Godiamo tutti nel Signore poiché la Santa Madre di Dio oggi visita il nostro presbiterio, come ha visitato la casa di Elisabetta. Nessuno sia estraneo a questa gioia vera.

1. Se leggiamo attentamente la narrazione evangelica della visita di Maria ad Elisabetta, vediamo che la presenza di Maria genera una gioia profonda in chi la incontra.

Il primo ad avvertirne la presenza ed a "sussultare" di gioia è stato Giovanni il futuro precursore, già concepito e non ancora nato. E’ effuso in pienezza lo Spirito Santo nella persona di Elisabetta, che per la prima volta nella storia dell’umanità professa la condizione unica di Maria: "la madre del mio Signore". La prima volta che viene professata la fede nella divina maternità di Maria. Ed anche Maria vive l’esperienza di un’intima gioia: "e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore".

La ragione di tutto questo è che Maria era l’arca della Nuova Alleanza che portava in sé la divina persona del Verbo fatto carne. Come il trasporto dell’arca della Prima Alleanza fu accompagnato da "suoni di gioia", perché l’arca significava la Presenza di Dio nel suo popolo, così là dove Maria giunge, ivi si gode della Presenza del Salvatore.

Che cosa ha reso possibile tutto questo evento di grazia? Elisabetta lo svela: "beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore". E’ stata la fede di Maria che ha reso possibile l’incarnazione del Verbo. I Padri della Chiesa amavano ripetere che Maria ha concepito il Verbo prima nella sua mente che nel suo grembo.

Le parole di Elisabetta vanno pertanto pensate assieme alle parole dell’angelo, che chiama Maria "piena di grazia". La pienezza di grazia denota il dono di Dio; la fede di Maria denota il modo con cui Ella ha risposto al dono.

Il Concilio Vaticano II descrive la fede nel modo seguente: "A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede […], per la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente [se totum libere Deo committit], prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e acconsentendo volontariamente alla rivelazione fatta da Lui". [Cost. Dogm. Dei Verbum 5; EV 1, 877].

Maria ha acconsentito alla rivelazione fattale da Dio mediante l’angelo. Quale rivelazione? La decisione del Padre di mandare – giunta ormai la pienezza del tempo - il suo Figlio unigenito, e che ella era stata predestinata ad introdurlo nella nostra natura e condizione umana: "Avvenga di me quello che hai detto" [Lc 1,38].

La radice profonda di questo consenso è un’attitudine esistenziale, una forma mentis et vivendi, che il Concilio denota con la parola "obbedienza della fede", ed ancora più profondamente descrive come "consegna totale di se stessi a Dio". Consegna che poi genera nell’intelletto la certezza della verità rivelata, e nella volontà il consenso pieno alla stessa, così che diventa la regola della nostra libertà.

La beatitudine di Maria – come proclama Elisabetta – consiste nel fatto che ponendosi di fronte a Dio nel modo suddetto, rende possibile l’adempimento della Parola che Dio le dice: "concepirai e darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù". Poiché Maria mediante la fede è certa della Parola di Dio e della decisione di Dio di adempierla attraverso la sua persona, la Parola di Dio effettivamente si adempie.

2. Cari fratelli, "Maria, mediante la stessa fede che la rese beata specialmente dal momento dell’annunciazione, è presente nella missione della Chiesa, è presente nell’opera della Chiesa che introduce nel mondo il Regno del suo Figlio" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris mater 28; EE 8, 697]. E’ presente nella fede di noi sacerdoti, nel senso che in Maria "apposita est forma cui imprimamur" [=lo stampo su cui modellarci] [S. Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli XIV, 1].

Anche noi siamo chiamati a portare Gesù dentro le case degli uomini, perché la sua presenza sia sorgente di vera gioia. Potremo fare questo, rispettando almeno due condizioni.

La prima. "Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda". Cari fratelli per portarvi Gesù, dobbiamo andare nella dimora dell’uomo. Dimora dell’uomo è il suo lavoro; dimora dell’uomo sono i suoi affetti; dimora dell’uomo è il suo quotidiano soffrire. Non restiamo chiusi in noi stessi; dentro ai nostri problemi, che non raramente sono ben poca cosa in confronto al duro mestiere del vivere, praticato dai nostri fratelli e sorelle.

La seconda. Maria ha portato la gioia della Presenza perché era l’Arca che aveva in sé la divina persona del Verbo fattosi carne. Oh, veramente la Madre di Dio allarghi il nostro cuore perché mediante la fede Cristo abiti in esso! Possa ciascuno di noi essere come rapito in Cristo colla sua personalità, col suo pensiero, coi suoi affetti, col suo modo di sentire, e ricevere da Lui, dal Cristo, una forma vivendi di cui Egli è il principio, il modello, la gioia intima.

Ricordate la definizione di fede data dal concilio: "homo se totum libere Deo committit" - "plenum revelanti Deo intellectus et voluntatis obsequium".

Solo se possiamo dire con Paolo: "non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me" [Gal 2,20], saremo il segno visibile della presenza di Cristo nella dimora dell’uomo, e come una perpetua incarnazione del Verbo fattosi uomo che dona se stesso, un sacramento vivente del suo amore.

Ripetiamo la preghiera usata da S. Francesco: "rapisca, ti prego, Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo".

Mi piace concludere con un testo di S. Caterina da Siena. "Nel lume della fede acquisto la sapienza…; nel lume della fede sono forte, costante e perseverante; nel lume della fede spero: non mi lascia venir meno nel cammino. Questo lume mi insegna la via, e senza questo lume andrei in tenebre, e perciò ti dissi, Padre eterno, che tu mi illuminassi col lume della santissima fede" [Il Dialogo, CLXVII, 190-197; Cantagalli, Siena 1995, pag. 586].