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S. Messa di inizio dell’Anno Accademico per gli studenti, i docenti e il personale dell’Università degli Studi di Bologna
Basilica di S. Petronio, 8 novembre 2005


1. "Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece ad immagine della propria natura". Carissimi fratelli e sorelle, la parola di Dio appena ascoltata è la risposta alla domanda che ognuno di noi fa nei confronti di se stesso: la domanda circa la sua finalità ultima e circa la propria natura. "Dio ha creato l’uomo per l’immortalità" dal momento che "lo fece ad immagine della propria natura". La persona umana, ogni persona umana è immortale poiché è "ad immagine e somiglianza di Dio".

La connessione che la parola di Dio istituisce fra il nostro destino di immortalità e la nostra somiglianza a Dio, ci introduce nel mistero più profondo della nostra vita. Fin dal primo istante del proprio concepimento la persona umana è collocata dentro un dialogo con il suo Creatore, che la fa essere con una positività ed una consistenza più forte di ogni forza distruttiva. Non dunque per una qualsiasi immortalità Dio ha creato l’uomo, ma, avendolo fatto ad immagine della sua natura, lo ha destinato ad una vita di intimità e comunione personale con Lui. "Coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore". Carissimi amici, chi vive fondato su questa certezze, ha posto la sua persona e la sua vita "nelle mani di Dio e nessun tormento lo toccherà".

Ma la pagina biblica su cui stiamo meditando è una pagina drammatica. Essa infatti non ignora la possibilità per l’uomo di progettare e vivere la propria vita in altro modo. La pagina parla di stolti. E la "cartina di tornasole" per verificare a quale categoria di persone apparteniamo è la considerazione che abbiamo della morte e l’attitudine verso di essa. Usando il vocabolario biblico la domanda è formulabile nei termini seguenti: di che cosa è piena la nostra speranza? È piena di immortalità oppure è una speranza dal respiro corto i cui contenuti sono solo beni transitori? Fino a dove si spinge la vostra speranza? Anche dopo la morte? Non siamo forse quotidianamente tentati, oggi più che mai, di auto-degradarci, di auto-detronizzarci, svuotando la nostra speranza della immortalità?

Carissimi giovani, la misura intera del vostro desiderio è Cristo, e Cristo è venuto perché ciascuno di voi riacquistasse il diritto a sperare in una vita vera, eterna. Non insidiata dalla morte.

2. Questa celebrazione eucaristica inizia un nuovo Anno accademico della nostra Università. Per voi giovani è una nuova tappa nel cammino della vostra vita, nell’edificazione della vostra persona; per voi docenti è la ripresa dello stupendo lavoro di generare nella loro umanità giovani persone.

Certamente è la trasmissione di un sapere il contenuto di questo rapporto. Ma non è solo questo. Forse oggi, in un’epoca di così celere trasformazione, non è neppure la cosa necessaria più importante. Il poeta ci dice che cosa è in profondità quel rapporto che vivete nell’istituzione universitaria: "m’insegnavate come l’uom s’etterna" [Inferno XV,85]; insegnare all’uomo come riempire la sua speranza di immortalità. E ciò può essere fatto qualunque siano i contenuti dell’insegnamento, la materia insegnata e la facoltà frequentata, poiché i desideri ultimi dell’uomo sono sempre gli stessi in ogni persona.

Il Signore benedica la nostra Università perché in essa sempre si insegni "come l’uom s’etterna".