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Trentennale della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo
Chiesa di Sant’Isaia, 7 novembre 2015


La Parola di Dio oggi attira la nostra attenzione su due vedove. Ai tempi di Gesù e nella società in cui viveva, la condizione di vedovanza per la donna comportava povertà, emarginazione, esposizione ad ogni sorta di sopruso. Non per nulla i profeti spesso condannano chi opprime le vedove.

1. Partiamo dalla vedova di cui parla il Vangelo. La narrazione è molto semplice. Le offerte nel tempio di Gerusalemme erano messe dentro a delle specie di imbuto – come delle trombe – divise secondo le intenzioni. Non era difficile ad un attento osservatore conoscere la quantità dell’offerta, anche perché come sapete non esisteva ancora la moneta di carta.

               Gesù dunque vede che «tanti ricchi gettavano molte monete; mentre una povera vedova vi gettò due spiccioli». Diremmo qualche centesimo di euro.

Per chi osserva le cose da di fuori non c’erano dubbi su chi aveva gettato di più. Ma Gesù vede il cuore, e dice ai discepoli: «questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Perché? «poiché tutti hanno dato del loro superfluo. Essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Prestiamo bene attenzione.

Avendo dato tutto, la vedova, fatta l’offerta, non aveva più nulla di che vivere. Il gesto, che secondo molti potrebbe sembrare sconsiderato, esprimeva la consegna della vedova all’amore del Padre, al quale è noto anche il numero dei nostri capelli. E’ un atto di totale abbandono, di pura fede.

Vorrei farvi notare un particolare, che ci è di aiuto a comprendere meglio questo racconto. Nella disposizione del vangelo secondo Marco esso pone termine all’insegnamento e all’attività di Gesù nel tempio. Egli aveva iniziato cacciando fuori dal tempio i mercanti; ora lo conclude vedendo nel gesto di una povera vedova l’espressione pura del vero culto: il dono di sé; l’abbandono confidente al Padre che ci ama; la fede che ci conduce a fondare la nostra esistenza sulla roccia della fedeltà di Dio alle sue promesse.

Ed ora diciamo una parola sulla vedova di cui parla la prima lettura. Anch’essa ha solo un po’ di farina e di olio, che le consentiranno di prolungare solo di qualche ora la vita sua e del figlio, colpiti da carestia.

Ma la vedova di Sarepta offre tutto quanto gli era necessario per vivere al profeta. La vedova del tempio offre se stessa a Dio; la vedova di Sarepta offre tutto ciò che ha al prossimo. Tutte e due assieme ci insegnano tutta la Legge: amore di Dio e amore del prossimo.

2. Noi stiamo celebrando l’Eucarestia di ringraziamento per il 30mo di fondazione della Comunità dei Missionari di S. Carlo. 

Abbiamo tante ragioni per ringraziare il Padre dal quale proviene ogni dono. Egli ha deposto nel cuore e nella mente di don Massimo questo carisma, nutrito dalla grande sorgente di Mons. Giussani. Un carisma, come dice il nome, di missionarietà. Una vocazione cioè ad annunciare il Vangelo della grazia ovunque e a tutti.

Come è bello che questa celebrazione accada nella “domenica delle due vedove”! L’una, cari Missionari, vi insegna a donarvi interamente, con cuore indiviso a Cristo: come può annunciarlo uno che ne ha solo sentito parlare e non lo ha mai incontrato? L’altra vi insegna ad espropriarvi di voi stessi per essere di ogni altro che vi chieda pace, perdono, salvezza: come può essere missionario chi non ama perdutamente l’uomo?

Grazie perché ci siete! Nella Chiesa, nella Chiesa di Bologna.