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Esequie di don Giorgio Ghirardato
7 gennaio 2008


Letture:
1/ Gb 19,1.23-27 (pag. 598);
2/ Gv 19,17-18.25-30 (pag. 675)

1. "Dopo che questa mia pelle sarà distrutta … vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero". Alla vigilia del mistero dell’Epifania del Signore si sono compiute per don Giorgio le parole di Giobbe: i suoi occhi hanno contemplato "non da straniero" il volto del suo Signore. Significativa coincidenza: la Chiesa stava per celebrare nel tempo la rivelazione di Dio nella carne umana; don Giorgio veniva chiamato a godere di questa rivelazione nell’eternità.

"Non da straniero", dice la Scrittura. Poiché Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare fra noi, uno di noi, anche l’uomo ha cessato di essere "straniero" a Dio. È l’apostolo Paolo ad insegnarcelo: "così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio" [Ef 2,19]. Non da straniero, ma da familiare.

Ciò che è vero di ogni cristiano, è vero in modo particolare di ogni sacerdote. La familiarità del sacerdote col suo Signore è davvero di una particolare intensità. A lui infatti il Signore ha affidato la cura di ciò che ha di più caro, di ciò che considera più prezioso: la persona umana, in ordine alla salvezza eterna. Ad ogni sacerdote è stato affidato il ministero della grazia di Dio a favore dell’uomo.

Don Giorgio ha esercitato questo ministero per quarantasei anni, prima come V.p. a S. Cristoforo, poi come parroco a Palata Pepoli ed infine a S. Maria delle Grazie per quasi diciotto anni.

A chi lo avvicinava egli faceva vivere l’esperienza di una bontà che non aveva origini solo naturali, ma derivava da quella familiarità col Signore di cui parlavo. Segno della stima di cui godeva presso i suoi confratelli è stato anche il servizio che egli ha esercitato come Vicario pastorale nel Vicariato di Cento.

Don Giorgio è stato l’esempio di quella figura di parroco tipico della tradizione della nostra santa Chiesa bolognese. Dedito alla sua gente, nell’umiltà e nella fedeltà di un servizio quotidiano tutto impastato di carità pastorale, che sa dare risposta ai bisogni dell’uomo, scegliendo non lo scintillio di mode spirituali ma radicandosi nella nascosta grandezza del ricco terreno della nostra tradizione pastorale.

2. "E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: tutto è compiuto. E, chinato il capo, spirò".

La narrazione evangelica della morte di Gesù nasconde profondi misteri, dentro i quali Giovanni ci introduce. Nella morte di ogni sacerdote in un certo senso viene riprodotta la morte di Gesù. La morte propria è l’ultima Eucarestia che il sacerdote celebra.

Anche don Giorgio venne visitato dalla sofferenza della malattia prima di morire. Consapevole della sua condizione, egli rinunciò al suo ministero di parroco, dando anche in questa rinuncia il segno di quell’intimo distacco che deve sempre caratterizzare la coscienza di chi sa di essere servo inutile, cioè di ogni sacerdote.

Affidato da Gesù a Maria, come ogni apostolo, ora nella preghiera del suffragio chiediamo al Signore che introduca il servo buono e fedele nel suo gaudio, e che a noi pellegrini ancora doni di contemplare con purezza di fede e gustare con fervente amore quel Mistero che ci è stato affidato a favore dell’uomo.