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V DOMENICA PER ANNUM
Cattedrale, 6 febbraio 2005
Ordinazioni diaconali


1. "Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo". Carissimi fratelli e sorelle, queste parole del Signore "disturbano" profondamente chi oggi si accontenta di vivere un’identità debole del proprio essere cristiani. Disturbano ogni cristiano che ritiene necessaria per poter dialogare con gli altri la rinuncia alla propria specifica diversità.

Se il Signore dice che il discepolo è luce, ciò significa che attorno a lui vi sono le tenebre; e "quale unione [ci può essere] tra la luce e le tenebre?", ci dice l’Apostolo [2Cor 6,14]. Significa che fuori di Cristo l’uomo cammina nell’errore.

Se il Signore dice che il discepolo è sale, ciò significa che la realtà in cui vive è corrotta e destinata a perire, se non è vivificata dalla grazia di Cristo.

Ma due particolarità soprattutto colpiscono in queste parole del Signore.

La prima è la portata universale dell’identità cristiana. Non sale di una regione, ma della terra; non luce di uno spazio circoscritto, ma del mondo. Nessuno e nulla è estraneo al sale della parola di Cristo di cui il discepolo è testimone ed ogni uomo deve essere illuminato dalla luce che è Cristo. Nessuna paura; nessuna ritirata, nessun volontario rientro nelle catacombe è qui ammesso: "non può restare nascosta una città posta sul monte".

Ma la parola del Signore dice ancora qualcosa di più serio. L’ipotesi di una rinuncia alla propria identità non è giudicata da Lui in primo luogo in rapporto al danno che ne verrebbe agli altri. È giudicata come una scelta stolta in se stessa e per se stessa; "né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa". La rinuncia alla propria identità è giudicata una scelta che riduce all’insignificanza totale colui che la compie: "se il sale perdesse il sapore … A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini". Calpestato dagli uomini: terribile previsione! Alla fine chi rinuncia alla sua identità alla ricerca di un minino comune denominatore, è disprezzato anche da coloro con cui ha cercato di dialogare in questo modo.

2. carissimi fratelli che fra poco riceverete il Diaconato, vi è consegnata una Parola che, come avete sentito, chiede di essere detta e testimoniata pubblicamente.

Il suo contenuto essenziale è indicato dall’apostolo Paolo in maniera inequivocabile: "io … ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocefisso". È principalmente a causa del suo contenuto che la Parola di Dio che voi da questa sera ricevete in consegna, è follia per chi fa della propria ragione la misura della realtà e scandalo per chi si arroga il diritto di difendere l’immagine religiosa di Dio. La tentazione quindi di mettere la luce sotto il moggio e di rendere il sale insipido ci insidia quotidianamente.

È un tesoro che voi ricevete "in debolezza e con molto timore e trepidazione", come è accaduto all’Apostolo. Ma non abbiate paura, poiché la parola del Vangelo non deriva la sua efficacia illuminante e sanante dai rivestimenti persuasivi della sapienza umana. La deriva dalla potenza dello Spirito che l’accompagna.

Ma la parola scritta di Dio, che oggi la Chiesa consegna alla vostra meditazione, vi illumina anche sull’altra dimensione essenziale del vostro ministero diaconale.

Nel salmo responsoriale si parla dell’uomo giusto che "spunta nelle tenebre come luce" per lo splendere della sua carità. È lo stesso insegnamento che ci è stato donato dal profeta. La vostra luce sorgerà come l’aurora quando eserciterete la carità verso chi ha bisogno.

Ecco, carissimi: l’annunzio del Vangelo e l’esercizio della carità sono da questa sera i due assi portanti della vostra vita.