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Santa Pasqua di Risurrezione
Cattedrale di San Pietro, 5 aprile 2015


Cari fedeli, una delle grandi domande che urgono dentro di noi è la seguente: che cosa ho il diritto di sperare? L’avvenimento della risurrezione di Gesù, che stiamo celebrando, è la risposta a questa domanda: Gesù risorto è la risposta.

Egli oggi ci dona il diritto di sperare, anche nel faticoso presente che stiamo vivendo.

1. Contro questa risposta l’uomo ha sempre mosso un’obiezione: il fatto della morte. Come ha scritto il poeta: «anche la Speme,/ ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve/ tutte cose l’oblio nella sua notte» [U. Foscolo, I Sepolcri 15-17].

E’ necessario che ricordiamo che cosa è realmente accaduto dentro quel sepolcro in cui era stato posto il cadavere di Gesù crocifisso. La testimonianza degli Apostoli, che sta a fondamento di tutto, narra quell’evento con una parola: è risuscitato. Non significa che Gesù morto e sepolto è ritornato alla vita di prima. In questo caso l’appuntamento colla morte sarebbe stato solo rimandato.

Nel sepolcro il corpo di Gesù, quindi più precisamente, Gesù nella sua umanità viene in possesso di una vita incorruttibile sulla quale la morte non avrà più alcun potere. Non nel senso che la sua umanità sia stata come assorbita nella divinità, ma rimanendo integra  - corpo ed anima – viene in possesso della vita di Dio stesso.

Nella sua umanità Gesù faceva parte pienamente della nostra condizione; condivideva la nostra mortalità. Nel momento della sua risurrezione entra nella nostra “pasta umana” un’energia di vita divina, che la rinnova radicalmente. E’ una sorta di big-bang che dà inizio ad una nuova creazione.

Abbiamo acquistato nel giorno di Pasqua il diritto di sperare poiché uno di noi, un uomo come noi, è entrato nella vita gloriosa di Dio. Non spogliandosi del suo corpo mortale, ma con tutta la nostra umanità.

Non possiamo tuttavia non chiederci: come posso essere coinvolto in questo evento? Come posso realmente vincere in Gesù Risorto la mia morte, distruggerla? Come l’annuncio della risurrezione di Gesù, che oggi la Chiesa proclama in tutto il mondo può essere non solo “informazione”, ma una comunicazione che produce fatti e cambia la vita?

2. In uno scritto del Nuovo Testamento la fede viene definita nel modo seguente: «la fede è la sostanza delle cose sperate; la prova delle cose che non si vedono» [Eb 11,1]. Portiamo la nostra attenzione sulla prima parte. La fede rende presenti “in germe” – nella loro “sostanza” – le realtà sperate. Mediante la fede noi non ascoltiamo semplicemente la testimonianza della resurrezione di Gesù, ma siamo realmente coinvolti in essa. Mediante la fede, quanto è accaduto in Gesù non è solo ascoltato, ma viene partecipato. Il passato diventa contemporaneo.

Se la fede si fondasse solo sulla trasmissione di una testimonianza, forse potrebbe bastare solo la tradizione orale o gli scritti. Ma ciò che oggi la Chiesa annuncia – la risurrezione di Gesù – è la narrazione di un fatto che coinvolge, tocca la persona nel suo centro, nel suo cuore: illumina la sua mente, libera la sua libertà e trasfigura la sua affettività. «Per trasmettere tale pienezza esiste un mezzo speciale, che mette in gioco tutta la persona, corpo e spirito, interiorità e relazioni.  Questo mezzo sono i Sacramenti, celebrati nella Liturgia della Chiesa» [Francesco, Lett. Enc. Lumen Fidei 40, 2]. E’ mediante la fede e i Sacramenti che la risurrezione di Gesù cambia la condizione mortale di ciascuno di noi.

3. Abbiamo dunque il diritto di sperare; è un diritto che acquisiamo mediante il nostro coinvolgimento nella risurrezione di Gesù.

Ma che cosa abbiamo il diritto di sperare? La vita eterna, in primo luogo. Gesù ha detto: «chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» [Gv 11, 26]; ed anche: «se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno» [Gv 6, 51]. Vivere in eterno non solo dopo la morte, ma già ora partecipare alla vita di Gesù risorto.

Dobbiamo allora concludere che la speranza riguarda solo ciascuno di noi singolarmente preso? No, ha anche una dimensione sociale. L’evento della risurrezione, creduto e partecipato, è sorgente di una buona vita anche in questo mondo; anche di una buona società. 

Avviene infatti un cambiamento profondo nella coscienza che ogni uomo ha di se stesso: non è più un frammento casuale dentro un tutto privo di senso, destinato alla fine a divenire un pugno di polvere. Ogni uomo è una persona che esige rispetto incondizionato.

Cambiando la coscienza che l’uomo ha di se stesso, faticosamente e gradualmente anche l’assetto politico, giuridico-istituzionale, ed economico della società non può non cambiare.

La speranza cristiana, di conseguenza, libera l’uomo anche dalle false speranze: la speranza che tecnica e scienza possono risolvere tutti i problemi umani; che il progresso è necessariamente in meglio; che – questa è la speranza più fallace – possa esistere un assetto giuridico, politico, economico della società tale da rendere inutile l’esercizio delle virtù e da essere immunizzati dal rischio di una libertà che può comunque scegliere il male.

Surrexit Dominus vere [Il Signore è risorto veramente]! Nel grembo sterile delle nostre libertà fu deposto finalmente un seme di tale potenza, che ogni morte è sconfitta dalla vita.