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Giovedì Santo: S. Messa "in Coena Domini"
Cattedrale di San Pietro, 5 aprile 2007


1. La prima e la seconda lettura descrivono due cene: la cena che Israele celebra "come un rito perenne", e la cena che Gesù celebra l’ultima sera della sua vita con i discepoli. Esse sono strettamente collegate fra loro.

Come avete sentito, la cena ebraica ha il carattere di un memoriale. Essa custodiva perennemente - "di generazione in generazione" - nella coscienza del popolo il ricordo della liberazione dall’Egitto, e dunque della nascita di Israele come popolo libero. Ma la cena ebraica aveva anche il carattere di profezia, nel senso che manteneva viva nel cuore di Israele l’attesa di una liberazione futura. Infatti, lungo tutta la sua storia Israele aveva capito e sperimentato che la sua libertà, la sua esistenza stessa come popolo autonomo, era insidiata continuamente. L’insidia principale non era tanto di carattere politico, ma religioso–etico: era l’idolatria che comportava anche comportamenti socialmente ingiusti. In una parola: l’esistenza di Israele era segnata dal peccato di infedeltà all’Alleanza. La cena pasquale e la memoria dell’antica liberazione dall’Egitto si caricava di forte speranza, d’intensa attesa, di accorata domanda di una salvezza più profonda, radicale, definitiva. In una parola: di un’Alleanza nuova ed eterna.

È in questo rito, memoria che generava un’attesa, che Gesù inserisce la sua cena, quella descritta nelle sue linee essenziali nella seconda lettura. Per avere un’intelligenza profonda di questa inserzione dobbiamo fare molta attenzione alle parole dette da Gesù e riferite da S. Paolo.

Esse rivelano che Gesù quella sera anticipa nel suo spirito il dono di Sé, il sacrificio di Se stesso che il giorno dopo avrebbe compiuto sulla Croce: il "corpo" "è per voi". Spiritualmente, per Gesù il dono di Sé è già compiuto. Non solo. Gesù lega a questo dono la costituzione di quella "Nuova Alleanza" fra Dio e l’uomo nella quale finalmente l’uomo avrebbe ricevuto il perdono dei peccati e l’ingresso definitivo nell’amicizia – nello "sposalizio", dicevano i profeti – con Dio. Gesù manifesta dunque e la sua decisione di donarsi e il senso salvifico del dono che avrebbe fatto di Sé: della sua morte e della sua risurrezione.

Non solo, ma dona la possibilità agli Apostoli di entrare nel suo atto d’amore, nel suo sacrificio, attraverso il pane ed il vino che diventano – per la parola del Signore – il Corpo donato ed il Sangue effuso. In questo modo l’attesa è compiuta: all’uomo è dato di entrare in un’Alleanza nuova ed eterna con Dio.

Voi capite allora, carissimi, quanto fra poco canteremo in un testo liturgico: "et antiquum documentum novo cedat ritui". Cioè: l’antico rito ceda il posto alla cena eucaristica, poiché l’antico rito della cena ebraica si è compiuto ed è stato definitivamente superato dal dono che il Figlio ha fatto di Sé sulla Croce.

Gesù ci dice: "fate questo in memoria di me". Con queste parole Egli non ci chiede quindi di ripetere la cena ebraica, ma propriamente di fare la memoria del suo sacrificio. Mediante la trasformazione reale del pane nel Corpo offerto e del vino nel Sangue effuso, ciascuno di noi può entrare nell’atto di amore di Cristo ed essere coinvolto dal dinamismo della sua donazione. È questa la novità radicale del culto cristiano, inaugurata questa sera nel Cenacolo.

2. Che cosa realmente accade quando celebriamo l’Eucarestia ci viene rivelato dal gesto che Gesù compie nell’ultima Cena e narratoci nel S. Vangelo.

Nell’Eucarestia celebriamo il fatto di un Dio che si alza dalla tavola della sua divinità; depone le vesti della sua gloria divina che non considera un tesoro da custodire gelosamente; si cinge attorno l’umiltà della nostra umanità, e si pone al servizio dell’uomo: muore perché l’uomo viva. Ogni uomo sente rivolte a sé le parole dette a Pietro: "se non ti laverò, non avrai parte con me". O uomo, se non ti lasci amare da Dio in questo modo; se non apri la tua libertà e il tuo cuore – la parte più intima del suo essere – a questo amore, non avrai parte alla vita eterna di Dio. L’Eucarestia è il capolinea insuperabile del cammino che Dio ha compiuto verso l’uomo e la possibilità data all’uomo di accogliere l’amore di Dio.

Ma nello stesso momento in cui la celebrazione eucaristica ci attira dentro all’atto oblativo di Gesù, inscrive nella storia umana e nei rapporti sociali una trasformazione della realtà. Genera un nuovo modo di convivere: "anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri".

Cari fedeli, siamo nell’anno del Congresso eucaristico. Molte saranno le celebrazioni. Ma esse hanno una sola ragione d’essere ed un solo scopo: farci vedere, comprendere ed accogliere la verità dell’amore, che è la stessa essenza di Dio. È l’unica cosa assolutamente necessaria all’uomo.